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Mare Mare, voglia di cambiare Bisogna pur cambiare nella vita: e se da un decennio Reggio domina per efficienza e simpatia nel panorama del dicembre maratonesco, a noi più anzianotti (che Reggio l’abbiamo collaudata e lodata più e più volte) conviene, prima che gli acciacchi ci stronchino la carriera, fare qualche esperienza nuova. Col rischio di prendercela nei denti (come, lo stesso 9 dicembre, è capitato agli illusi che hanno preso parte alla Salerno-Paestum: che cosa pretendessero poi, da una regione che allestisce le maratone ben note, è oscuro: forse facili premi di categoria), ma anche la speranza di vivere momenti positivi.
La data scelta non era il massimo, vista appunto la concorrenza di Reggio (mentre la settimana successiva sarebbe stata molto più appetitosa); e gli organizzatori se ne sono accorti in corsa, dato che nelle ultime settimane hanno ribassato i prezzi (rinunciando cioè al consueto aumento per le iscrizioni tardive). D’altra parte, con lo stesso nome di “Maratona del Mare”, tra il 1999 e il 2001 si era svolto un analogo evento a Genova, collocato prima in settembre poi in febbraio, infine abolito, tanto che a Sanremo non se ne ricordano più o almeno non lo citano, designando infatti col numero zero il loro evento (si vede che non era un marchio registrato). Comunque sia, una volta accertata la disponibilità di alberghi non troppo esosi nell’immediatezza della partenza, compilo l’assegno di 35 euro (compresi 10 del chip, da restituire, e moltiplicando per due data la consueta partecipazione della moglie), e parto. Quanto al chip, è quello della Championchip: ma a me che ne possiedo da anni uno ‘tedesco’, che uso in tutte le maratone del mondo senza spese aggiuntive, risulta impossibile usare il mio, e devo adattarmi a quello locale ‘monouso’. Se si vuole diffondere il possesso personale dei chip, bisognerebbe anche prevedere modalità apposite per l’iscrizione. E possibilmente non imporre esosi sovrapprezzi a chi vorrebbe iscriversi online. Se non altro, la ragazza che alla fine gara ritira i chip e restituisce la cauzione risulterà la più carina di tutto lo staff. L’arrivo a Sanremo la vigilia è tutto fuorché invitante: traffico pazzesco, anche i parcheggi a pagamento sono esauriti, nel luogo dove si doveva tenere l’Expo con ritiro pettorali nessuno sa niente, e solo a prezzo di qualche telefonata riesco ad appurare che tutto è stato spostato di un km e mezzo, in un ufficetto della vecchia stazione, dove l’indomani si potranno lasciare le borse (bè, almeno un Sms con indicazione del cambio programma potevano mandarlo). Comunque, niente spogliatoi, niente docce: per fortuna all’albergo sono comprensivi e lasciano la camera qualche ora in più. Il traffico si placa, trovo perfino un parcheggio gratis nei giorni festivi, visito la parte più bella della città (quella che partendo a monte del bel Duomo si inerpica verso il quartiere Pigna), e buona notte. L’indomani mattina piove: ci si ritrova alla vecchia stazione in circa 250 (pensare che il pacco-gara era garantito ai primi 1500 iscritti!), più i non moltissimi partecipanti a una breve stracittadina; ci si spoglia (non troppo) sulle panchine, e via tutti o quasi con maniche lunghe e impermeabilini addosso. Tra i volti noti, William Govi e Gianni Morandi: di entrambi si dice che fossero iscritti a Reggio ma abbiano alla fine ceduto alle lusinghe della città dei fiori; e se per Gianni lo si capisce (dato che è quasi un cittadino onorario di Sanremo, dove tornerà anche per il Festival 2008, e intanto sfoggia il pettorale 63 in onore del suo compleanno che verrà di lì a due giorni), per Govi (che fra 3 settimane compirà… 11 anni meno di Morandi, ma non lo dimostra) si vocifera di ospitalità completa e chissà che altro, come spetta a un Grande dell’autopromozione. Il sottoscritto, come sempre, è contento di aver pagato tutto, anzi il doppio (per via della moglie maratoneta), e se alla consegna pettorali un organizzatore mi dice “Ah, ma lei è quello di Po**” (sito che nel frattempo incassa qualcosa per la pubblicità inserita in extremis), sono ben lieto di mostrare la mia tessera Fidal con tutt’altra intestazione, e mantenere l’indipendenza. Si parte dunque, e in breve accade il miracolo del microclima decantato dal programma: la pioggia diminuisce, smette, dopo metà corsa spunta addirittura un tiepido solicello! Via impermeabili e guanti, ci si arrotolano al gomito le maniche, nel finale verranno buoni persino gli spugnaggi. Il percorso è quasi interamente ricavato nella pista ciclopedonale corrispondente al vecchio tracciato della ferrovia, praticamente sul mare: chiusura al traffico assoluta, anche nell’attraversamento stradale di Arma di Taggia che costituisce l’estremo est del giro, ed è pure il punto dove il tifo del pubblico è più caloroso (correndo poi nelle vicinanze di Morandi, si percepiscono tutti i commenti dietro le spalle: tra un po’ casca, tra un po’ scoppia, corre male però va…, col rituale corredo di canzoni più o meno a proposito: Andavo a cento all’ora, Fatti mandare dalla mamma, Uno su mille ce la fa…). Si fanno due giri, con rigorosi controlli dei transiti sia mediante chip sia da parte di giudici; il passaggio tre volte davanti alla stazione-traguardo (che il giro nella parte occidentale oltrepassa di un paio di km) funge da forte tentazione per gli atleti meno preparati, che infatti si ritirano in buon numero: arriveremo in 183, con Govi settimo a partire dal fondo (ma lui, sebbene vada di passo dal km 27 almeno, non ci pensa proprio a ritirarsi: dove lo mettiamo l’obiettivo delle 1000 maratone entro 15 anni?). In totale i rilevamenti (compreso quello della partenza, che dà il tempo effettivo) saranno 6, quasi un record per l’Italia; e dalle classifiche online ricaviamo anche il piazzamento relativo ad ogni frazione. Misurazione finale molto precisa, malgrado l’infelice collocazione di alcuni cartelli chilometrici; ottimi ristori e spugnaggi, spesso notevoli anche per il fascino giovanile delle addette: con un gruppo verso il km 25 mi complimento e ringrazio, e quelle mi replicano: pensi che qualcuno ci ha insultate! Le consolo con un commento sulle possibili tendenze sessuali contro natura dell’insultatore. Intanto Morandi allunga, non in termini di velocità (a una prima metà sull’1.49 corrisponde una seconda parte poco sopra le due ore), ma relativamente agli altri e al sottoscritto. Forse era stato più saggio lui, due settimane prima, a correre solo 23 km quasi pianeggianti a Salsomaggiore, mentre io mi ero lasciato prendere dal fascino dei 46 km e delle salite più dure, come il mio addduttore adesso mi ricorda… Lo seguono sempre Laura Fogli (che, se volesse, questa maratona la vincerebbe in carrozza, visto il 2.55 della prima donna), Giuseppe Rossetti e altri compagni più o meno dello staff: ma posso assicurare che l’andatura la fa Gianni, imprimendo qualche volta strappi che i suoi pace-maker non riescono a impedire: “Se gli dico di rallentare, lui accelera”, dirà Laura a un certo punto, al che un buontempone prorompe in un “accelera, Gianni!”, per vedere se stavolta rallenta. L’ultima ora di corsa, complice anche il caldo, diventa più di sofferenza, e si finisce con sollievo verso la 130^ posizione (Morandi e i suoi giusto 195 metri davanti a me), ma pur sempre un’ora davanti a Govi, un’ora e mezzo davanti a un reporter di testata rivale… e un tempo incommensurabile davanti al Premier: secondo un titolo di “Panorama” della settimana prima, corredato dalla foto con la solita tuta blu invariabile da estate a inverno, “Romano prepara la maratona”. Ma il sottotitolo spiega che si tratta del progetto per “arrivare a Pasqua” ancora in sella, e l’articolo esordisce con “Lo dipingono come un morto che cammina”. Quanto alle maratone vere, i suoi fans hanno da aspettare un bel po’: un’altra volta i controlli sarebbero inflessibili. E quanto alla maratona di Sanremo, hanno vinto gli africani di serie B2 che frequentano questo tipo di gare per raggranellare euro; addirittura sesto Corrado Bado, alias signor Ornella Ferrara, questa volta solo e libero di chiudere in 2.28. Al traguardo le medaglie sono ancora nelle bustine (messo sull’avviso da Morandi, che la sua la porta al collo: bè, in t’l’an menga dè?, devo tornare indietro a chiederla: è di plastica, colorata), i ristori liquidi e la frutta sono già finiti (per fortuna che siamo arrivati solo in 130!), restano pezzi di crostata; chissà cosa succede nel tendone con la scritta “vip”. Tiro dritto verso l’albergo, mentre cominciano le premiazioni di categoria (decisamente sostanziose, grazie all’intervento dell’olio Carli). A me spetta, oltre a qualche gadget, una maglietta che per fortuna chiedo della M, dato che nella pratica si rivelerà di dimensioni L o più. Tanto, si sa che noi maratoneti puntiamo tutti alla taglia del Primo Ministro. Fabio Marri
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