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S. Silvestro a Calderara: basta saperlo prima… PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Marri   
lunedì 05 gennaio 2009
“Come mai tu, che critichi queste maratone, sei venuto a correrla?”, mi ha chiesto una podista negli spogliatoi di Calderara. “Be’, le ho risposto, in effetti mi vergogno un po’… diciamo che è stata mia moglie a obbligarmi (siccome lei voleva fare la staffetta, mi ha ‘invitato’ ad accompagnarla in auto e, già che c’ero, a correre la maratona)”. Poi, basta fare mezz’ora d’auto fino a Calderara, sapendo quello che ti aspetta, senza pretendere Amburgo o Venezia. Aggiungo che la famiglia Gozzi (l’“omone” Gianfranco, che Podisti.Net chiama “Roberto”, e la signora Alberta fine degustatrice di letteratura) sono gente simpatica, con cui ci vediamo almeno trenta volte l’anno in podistiche al confine tra Modena e Bologna; che il loro collaboratore maestro Montaguti è una leggenda, e che in gare come questa si incontrano vecchi amici (oltre a qualche antipaticone, ma basta tirar dritto e lasciarlo cuocere nel suo scipitissimo brodo).
Insomma, dopo due anni che avevo festeggiato il Neujahr con la maratona notturna di Zurigo, ho pensato di dare il mio contributo sottocasa; anche perché se viene meno Calderara, con le maratone a Bologna si è chiuso (già nel 2008 è saltata la maratona di novembre, fortemente ridimensionata l’anno prima). Avevo corso l’edizione 2004 che era stata indicata come quarta: strano che questa del 2008 venga data come nona (nel depliant e sulla medaglia, mentre nel sito si oscilla, sempre con prevalenza del numero 9). O ne hanno organizzate due lo stesso anno (boh?), o hanno voluto imitare Barbolini da Carpi, che per decenni ha negato l’esistenza della sua prima vera maratona del 1988, poi due anni fa ha deciso di ‘riconoscerla’ e ha aumentato due numeri anziché uno. Se non ricordo male, anche con l’altra maratona di Calderara, ripresa dopo tanti anni di stop, ci fu un’incertezza nella numerazione.
A proposito di aneddotica: mi pare che la prima edizione di questa maratona (2001) fu una specie di atto d’amore per il povero Govi, che doveva assolutamente raggiungere una certa cifra annuale onde lucrare foto e interviste, e non ci sarebbe riuscito perché erano venute meno le maratone di Catania, Assisi e una in Medio Oriente, programmate appunto per San Silvestro. Da quella volta, Calderara aveva assunto l’aspetto di una maratona per quelli che si chiamavano govisti, e adesso “supermaratoneti”: direi un po’ in calo, perché non ho visto molti cosiddetti ‘bei nomi’ della categoria, a cominciare da Govi stesso che adesso veleggia per lidi più prestigiosi. E altri davano l’impressione di essere lì per aggiungere un numerino, con fatica sempre maggiore dato che anche i chili crescono anno dopo anno. Però, alla fine della corsa c’è stata la premiazione per “quello che ne ha fatte di più”, s’intende al ritmo di 4h22 e sblisga; e ho sentito che la stessa Calderara si candida come sede per un altro stravagante cosiddetto Guinness, quello delle 60 maratone in 60 giorni consecutivi (dato che, a dirla tutta, l’attuale record di 51, pompato dalla maratona di Torino, ha lasciato molto a desiderare quanto a ‘democraticità’: un po’ come in certe ‘primarie’ nostrane, che si sa già chi vince). Nessuno sconto alle iscrizioni per i supermaratoneti (a differenza di altre corse in Italia, ad esempio a Sabaudia dove si arriva alla gratuità), eppure gli arrivati al traguardo assommano a164: i ‘centenari’ affollano le ultime 50 posizioni, chiuse dal decano nonché attuale recordman italiano Peppe Togni, poco sopra le 6 ore.
Povero Togni e poveri tanti altri, pur habitués di Calderara (Boldrin, Faleo, ecc.) che hanno dovuto eseguire una gara di rincorsa perché non era stato chiarito esattamente che la partenza si trovava a quasi 2 km dagli spogliatoi: vabbe’ - dice chi organizza - dovevano saperlo. Sì, dico io (che sono partito con un minuto di ritardo e che al Gps risulto aver fatto 180 metri in più), però non era una cattiva idea mettere qualche cartello indicativo, qualche freccia che indirizzasse alla partenza, e “mandarci fuori” dieci minuti prima dello sparo… Con tutte le cavolate che dicono gli speaker, questi avvisi utili bisognava pur darli, e insistere, anche all’interno del palasport dove stavamo quasi tutti a difenderci dai meno 3, mentre gli speaker quisquiliavano all’esterno, dove non potevamo sentirli.
E poi, dov’era la partenza? Almeno tirare una riga per terra; o, meglio ancora, mettere il rilevamento del chip, che oltre tutto avrebbe sanato le partenze posticipate. Anche a Berlino o a Carpi si parte minuti dopo lo sparo, ma il real-time aggiusta tutto. Qui, con la fama di tagliatore che circonda qualche supermaratoneta e podista da bar (vedere le tante squalifiche date poche settimane prima a Reggio!), e col rilevamento posto solo sul traguardo, siamo sicuri che tutti siano partiti dal posto giusto e non abbiano risparmiato i 3850 metri iniziali?
Comunque, ho detto che non siamo in una maratona internazionale (anzi, l’ordine d’arrivo è un susseguirsi di bandiere biancorossoverdi, nemmeno uno di quei marocchini cacciatori di prosciutti o di 2-300 euro che si intrufolano dappertutto!). E non c’è nemmeno l’ex Premier e chiacchierato mono-maratoneta, che sta vicino e pure era stato dipinto in gran forma alla vigilia di New York… (ma lo rivedremo mai in maratona?): diciamo che voleva evitare l’incontro col qui presente maratoneta fiorentino Giovanni che a Reggio l’aveva visto salire sull’auto….
Nemmeno il paesaggio è dei migliori, però quando non siamo in vista del palazzone famigerato (in ristrutturazione, e all’apparenza vuoto da quelle abbronzatissime donnine che ne costituivano la principale attrattiva) si scorge anche qualche bel pezzo di campagna, con case coloniche ristrutturate (sebbene dovessimo ogni giro, verso il km 1, fare i conti coi tir che uscivano da una fabbrica). Magari, allungare un po’ il giro, passando per Lippo o altri paeselli ameni… ma chiedo troppo, considerando anche che i primi anni il circuito era addirittura più corto (e Govi cercò di accorciarlo ancora gettandosi sul traguardo un giro prima: se ne accorsero, disse che l’aveva fatto per verificare se i giudici erano svegli…).
Almeno fosse nevicato, la corsa avrebbe assunto fascino: purtroppo, la neve è venuta solo a sera!
A fare colore provvedono i due poveri retrorunners, che compiono tutto il percorso all’indietro, in 5 ore e 15, e 6.08 (pensare che il depliant parlava, in inglese, di attacco al record mondiale!): a giudicare dal loro numero, questa moda ridicola (e probabilmente dannosa, su queste distanze lunghe), sta calando. Ma siccome sempre di ‘guinness’ si tratta, aspettiamoci che qualcuno lanci la moda della corsa procedendo di fianco, o a saltelli, o in qualche maniera stravagante: il guinness in fondo è solo l’elenco delle cose anormali o abnormi, e alla follia non c’è limite.
Intanto, questi signori rischiano più volte l’incidente stradale. Gli incroci (accidenti alle rotonde e a chi le ha inventate: doveva essere un nemico di chi va a piedi) sono presidiati nel limite del possibile, da volontari più volte visti all’opera in corse bolognesi (alcuni addirittura si fanno una frazione di staffetta); rischioso sempre, tuttavia, correre contromano per noi che guardiamo dove andiamo (figuriamoci gli altri). Ristori discreti salvo la temperatura del te’ non proprio adatta al clima gelido; alla fine, il benemerito proverbiale pranzo, completo di vino e senza limitazioni nei bis. Docce caldissime ad ogni ora. Pacco gara nella norma (ho scelto l’accappatoio, sottilino quel tanto che basta a infilarlo anche nelle borse piccole), clima familiare, agonismo non esasperato se pensate che sono stato per due giri a chiacchierare in compagnia della grande (e non solo…) Martina Juda, fissa sul ritmo dei 5:20 a km malgrado la ragazza abbia ben altre frecce nel suo arco (ha finito tutti i sei Ultratrail del Bianco: di fronte a lei, coi miei “soli” due UTMB mi sento meschino, e oggi pagherò lo sforzo di starle a fianco, oltre che la rincorsa affannosa del primo giro).
Positiva l’esperienza della maratona a staffetta, che doveva chiudere a cinquanta squadre e invece ne raccoglie molte di più, e composte (bisogna dirlo) di gente mediamente più normale di noi che arranchiamo, a passi sempre più strascicati, verso il traguardo. Quando ci arrivo io, sono in compagnia di due supermaratoneti doppiati, uno di un giro, l’altro di due; da parte mia, i primi mi hanno doppiato due o tre volte, vedete un po’ come siamo messi.
Ah, la vecchiaia! Ma, se permettete, vivo ancora di rendita sull’UTMB (e le altre dieci maratone, più tre ultra, dell’anno che si chiude); nel 2009, se non avrò più questa scusa, potrò vergognarmi. Per adesso, che l’anno nuovo dia a tutti voi i progressi che desiderate, salvo – se ci riuscite – quello dell’età. La ‘poetessa’ Alberta Gozzi potrebbe citare Mimnermo da Colofone, che invocava: “lungi da morbi e da molesti affanni, a sessant’anni mi colga il destino di morte”.
» 1 Comment
1Comment
at lunedì 05 gennaio 2009 19:01by Giovanni Baldini
Chi corre il Bianco e la Jungfrau si è abituato bene ...tutto il resto e noia! 
Complimenti per il racconto. 
G. Baldini
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