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Mia moglie di carattere è esattamente l’opposto di me. Di sport in genere non ne capisce un’acca, per non parlare poi di praticare qualche disciplina. Predilige il mare alla montagna, la calca della riviera romagnola al religioso silenzio delle Alpi. Quando mi segue, le escursioni in montagna che pratica sono limitate al salire e scendere le scale dei piani dell’albergo. Tuttavia lei, riconoscendo la rilevanza sociale dello sport, non disdegna di seguirmi nelle gare. Ora scendo in una veste solenne: in questo scritto, pubblicamente “do lieto annunzio” che con la Zermatt Marathon si è avuta una decisa inversione di tendenza: mia moglie si è innamorata delle Alpi. Vivaddio!
Pur avendo corso qualche maratona, trovo che quella di Zermatt, svoltasi sabato 4 luglio 2009, è certamente da annoverare nell’olimpo delle più spettacolari corse al mondo; non a caso gemellata con l’altrettanto strabiliante Jungfrau Marathon, votata da una giuria internazionale come la numero uno del pianeta: è dall’anno 1996 che non perdo una edizione. La mia breve vacanza – di beatifiche visioni - non è iniziata però in Svizzera. Accogliendo l’invito dei miei amici biellesi (e fatemi inventare il termine di ultra-pluri-trailer-maratoneti): Marco Galletto e signora Nicoletta Passuello, autrice di una strepitosa 100 km del Passatore, Andrea Volpato e del fuoriclasse Tarcisio Fresia, ho trascorso con la mia famiglia tre giorni sulle Alpi Biellesi, con base nella operosa Trivero al santuario della Madonna della Brughiera. Durante la tappa in quell’angolo sorprendente e devotissimo d’Italia, ho percorso la spettacolare Panoramica Zegna con visioni mozzafiato del Monte Rosa a nord, e delle sterminate risaie della pianura Padana a sud, visitando i santuari patrimonio dell’umanità dei Sacri Monti di Oropa, Varallo Sesia e Orta San Giulio. L’aura mistica che circonda quei gioielli è palpabile. Inquietanti e realistiche sono, in particolare, le rappresentazioni evangeliche del Sacro Monte di Varallo Sesia. Gli amici biellesi non mi davano tregua nemmeno mentre mi godevo le ferie. Pur se tutti partecipanti alla Zermatt Marathon, senza pietà mi obbligavano a fare una sgambata sui boscosi ripidi pendii dell’Oasi Zegna, nei pressi del Monte Argimonia, sposando il mio concetto di vacanza che è un po’ particolare: dormire è tempo sprecato, tanto vale rimanere a casa se uno ha tale necessità. I temporali serali mi “salvavano” due giorni prima della gara dall’ascesa notturna del Monte Barone.
Venerdì pomeriggio del 3 luglio 2009, arrivavo alla stazione ferroviaria della svizzera Brig (Briga) per prelevare l’amico romano Ferdinando Iacovelli, dolorante a causa di un acciacco che lo rendeva piuttosto titubante a partecipare in una simile prova; riuscivo però a trascinarlo a gareggiare descrivendogli le paradisiache visioni che lo attendevano, che avrebbero annullato tutte le sue sofferenze. In effetti, la maratona si è poi rivelata per lui una panacea. Il delizioso paesino di St Niklaus, situato a m. 1086 s.l.m. sulla Mattertal e servito dalle efficientissime ferrovie private elvetiche, era il punto di partenza della gara. Mi trovavo all’interno del centro maratona che è il complesso di una scuola pubblica - e che scuola! - dotata di una sala multimediale da sogno, aule spaziose con arredi funzionali, carte tematiche arrotolabili affisse al soffitto, banchi e sedie ergonomiche, mica come quelle delle italiche scuole pubbliche dove non è raro trovare ancora i banchi con i buchi del calamaio risalenti al primo conflitto mondiale. Si chiama AΩ e merita solo quella il viaggio. Mentre ammiravo i particolari della struttura, mi sentivo da tergo chiamare: che piacevole incontro, era Fabio Marri che di corse belle – e non solo - se ne intende più di ogni altro, che conversava in un fluente ed elegante tedesco. Reduce dalla LGT Alpin Marathon in Liechtenstein (abbinata con la Zermatt e la Jungfrau per il trittico della Mountain Marathon Cup) da lui descritta con appellativo del tipo “Immenso scenario di beatitudine…”. Egli soggiornava a St. Niklaus, mentre io e gli altri amici ci trasferivano sugli incantevoli alpeggi, per intenderci come quelli celebrati dalle cartoline, dell’abitato di Graechen, a una decina di km dalla partenza.
Il percorso della Zermatt Marathon ed i servizi offerti dall’organizzazione, che raggiungono il grado di perfezione, accontentano il più esigente dei podisti. Per usare un termine informatico, è un copia/incolla della Jungfrau, cioè il massimo che un maratoneta può chiedere; cito solo che all’arrivo, oltre alle “scontate” docce calde senza fare un secondo di fila, c’era pure la birra analcoolica…
Lasciamo da parte l’ovvia durezza del tracciato, trattandosi di una corsa in montagna, che dai m 1085 di St Niklaus arriva sino ai m 2582 del Riffelberg; tuttavia la corsa regala delle profonde emozioni. La prima: nel bello ed accogliente scenario della partenza con il suono lugubre degli alphorn. Alle ore 9,30 partivano i concorrenti della maratona in staffetta (21+21) mentre alle ore 9,37 il resto degli atleti. Altra emozione: il percorso con pochi tratti di asfalto sale sempre più ripido e costeggia la ferrovia della Mattehorn Gotthard Bahn; passavano i convogli zeppi di spettatori in festa, compresa la mia famiglia, che ti incitavano, come succede ad Interlaken. Faceva caldo a valle e si sudava molto, pertanto il ritmo di gara doveva essere impostato per arrivare ad affrontare il tratto più duro dopo Zermatt nelle migliori condizioni fisiche possibili, perché con i crampi sarebbe poi risultato impossibile salire al traguardo del Riffelberg. Altra gioia: percorrendo la stretta Mattertal, da Herbriggen, in primo piano si staglia il Breithorn, uno dei tanti quattromila che fanno da corona alla vallata ed il Klein Matterhorn (Piccolo Cervino). Da Randa, sulla destra, ecco apparire l’altro immenso scenario del Weisshorn che si staglia in cielo come una saetta, e rispettiva tormentata colata glaciale. Sulla sinistra, invece, prima di Taesch spuntava l’altro gigante imbiancato del Dom (terza montagna in ordine di altezza delle Alpi dopo il Bianco e il Rosa). Ed il Matterhorn (Cervino)? Calma, fin quanto non arrivi dentro Zermatt non lo vedi, ed è proprio nel versante svizzero che sfoggia tutta la sua magnificenza. Da Taesch, dove è ubicato l’avveniristico terminal ferroviario, in cui solo con convogli elegantissimi puoi raggiungere Zermatt (la macchina te la devi dimenticare), si risaliva per un aspro sentiero in stile trail, attraversando su un ponte una stretta e profonda forra scavata dal turbinoso fiume glaciale, e si entrava nella signorile Zermatt in festa, traguardo della mezza maratona. Il Matterhorn (Cervino) ora si mostrava, imponente, nella straordinaria bellezza del suo spettacolare spigolo nord che è poi l’icona classica delle Alpi. Anche se arrivavi affaticato, quella visione ti faceva cessare tutte le pene.
Dai m 1604 di Zermatt si saliva tutto d’un fiato ai m 2262 di Sunnegga, tratto compreso dal 25° al 32° km, inerpicandosi su per una strada bianca. Le emozioni crescevano in modo direttamente proporzionale col salire di quota. Il Cervino lo avevi “a un palmo dal naso”: svettava isolato rispetto alle altre vette glaciali del Weisshorn, del Dom, del Breithorn, del Castore, del Polluce, del Liskamm e del Rosa. Non nascondo che più di una volta ho avvertito un groppo alla gola, fermandomi a fissare quella montagna con le nuvole che turbinavano attorno alla vetta aguzza, rendendo la visione ancor più suggestiva: ero come imbambolato. Pensavo a Marco Galletto e alle sue sensazioni: lì anni fa si consumò il dramma di due suoi cari amici precipitati dalla parete nord. Inevitabile era il pensiero alle recenti tre vittime del Mercantour ed a Vincenzo Apuzzo. Da Sunnegga iniziava il nudo paesaggio d’alta quota ed il classico sentiero alpino, molto corribile per chi aveva ancora le forze. Dopo aver costeggiato un laghetto ed un esteso nevaio, il percorso si inoltrava nuovamente dentro un bosco di larici e rododendri in fioritura scarlatta. Sulle belle banchine di legno disseminate lungo il cammino, occupate da festosi escursionisti di ogni nazionalità - in prevalenza giapponese, era impressa la scritta in varie lingue: “E’ bello averla qui”. Non vorrei peccare di presunzione, ma credo che il Paradiso sia un posto simile.
Mentre ero immerso nel mio stato di beatitudine , verso le ore 12 squilla il telefono: era mia moglie: “Siamo quassù al traguardo, ancora non sei arrivato?”. Ribadisco che lei non ne capisce un accidenti di sport e, tra una risata e l’altra, le rispondevo che se avessi a quell’ora finito la gara, oltre averla vinta, avrei stabilito un record che nemmeno l’etiope Gebressilassie avrebbe potuto intaccare. A Riffelboden (km 39), davanti all’Hotel Riffealp, era in atto una gran festa con tanto di banda musicale e, insieme alla moltitudine di persone in un panorama internazionale, mi esibivo in una ola. Gli ultimi due km e passa finali sono terribili, quasi un’arrampicata. Ora lo sguardo era fisso a terra sino al Rifferlberg, la mia spinta delle gambe era potente ma rallentavo per risparmiare energie in previsione della Skyrace dei Monti Sibillini (km 54 +4000) di domenica 12 luglio. Sentivo il suono della cornamusa, ecco spuntare mio figlio; correvo con lui l’ultima rampa finale tra un tripudio di folla, gli occhi si inumidivano e tagliavo il traguardo situato a ridosso della stazione ferroviaria. Approfittavo della bella giornata per salire con la mia famiglia in treno al Gornergrat (quota m 3100) che fu il traguardo della prima edizione della Zermatt Marathon. Non ho parole per descrivere la visione che si gode da lassù. Non volevo più scendere. Il cielo si oscurava, a forza mia moglie mi trascinava sul convoglio per scendere a valle. Dal finestrino in prossimità del Gornergrat intravvedevo Marco Galletto che saliva! Gli lanciavo un urlo. Non gli era bastata la maratona che aveva finito, avanzava disinvolto costeggiando le rotaie sino ai m 3100 del Gornergrat, ma ciò non mi ha sorpreso, lui ha già la testa programmata per l’impegno di fine agosto al Monte Bianco. Tutto fa brodo: chi vuol capire capisca…
Tutti i miei amici sono arrivati al traguardo ubriacati da tanta grazia. Assente il fuoriclasse Tarcisio Fresia, primo di categoria al Mercantour, che avrebbe stracciato i suoi concorrenti anche a Zermatt. Ha dovuto saltare l’appuntamento per fornire sostegno psicologico a una famiglia disperata che ha subito un grave lutto. Ci è mancato molto. Le qualità umane di Tarcisio alla mia famiglia, come a Nicoletta, Marco, Andrea e Ferdinando interessano più delle sue soverchianti doti atletiche. Gli amici viterbesi, romani e piacentini malati di montagna sono avvisati: il prossimo anno tutti a Zermatt! Deo Optimo Maximo.
Giovanni (Gianni) Baldini
» 1 Comment
1"Grazie" at martedì 14 luglio 2009 04:01
Giovanni leggere i tuoi racconti riempie di gioia immensa. Sai calibrare il gesto scellerato contro natura, dislivelli pazzeschi che mettono a dura prova le gambe, alla bellezza del paesaggio. Quasi come se per assoporarlo tutto bisogna soffrire non poco. Ci puoi parlare del rapporto che c'è tra appunto la fatica e il piacere poi di ammirare scorci naturali che lasciano stucchevoli emozioni? Ovviamente nel tuo prossimo racconto dei Monti Sibillini.
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