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Una tranquilla corsa da Blade Runner PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Marri   
mercoledì 29 luglio 2009
Le premesse non erano delle più esaltanti: niente volantini in giro, nessun sito internet, notizie scheletriche su un paio di siti (da cui risultava, fra l’altro, il nome sbagliato: “Trial” anziché “Trail”), solo un fax e un paio di numeri di telefono; l’Uisp Bologna (che pure annovera questa gara nel suo calendario) interpellata telefonicamente sconsiglia dall’andarci perché gli organizzatori non sono capaci. Insomma, ci vuole gente determinata per arrivare fino a Granaglione, una decina di km oltre Porretta (ma senza che nel capoluogo ci sia lo straccio di un cartello stradale, al di là dei divieti d’accesso e dei sensi unici), comune di 2200 abitanti a 780 metri d’altezza e, come direbbe Francesco Guccini il più illustre attuale abitatore della zona (dopo Marconi e l’onorevole Elkan, che per fortuna non c’entra niente con Lapo), “già in odor di Toscana”.

Sono le sfide che mi piacciono, sono uomo da bosco e da riviera: un anno fa, in questa ultima settimana di luglio, ero a Davos, cioè il massimo al mondo; qualche anno prima, alla maratona di Castiglion dei Pepoli, la cui cosa migliore è il pranzo dopo gara, e che nel 2009 ha voluto anticipare di un mese con esiti poco confortanti (anche se loro non lo ammettono, e sfogano la loro invidia contro quelli di Granaglione che ne hanno occupato il posto libero).
Lascio che i cosiddetti supermaratoneti se ne vadano alla Extreme di Rimini per aggiungere numerini alle loro classifiche molto sindacabili, e la domenica mattina mi trovo, con una cinquantina di ardimentosi (soprattutto toscani: da Pistoia è quasi una passeggiata), più una settantina del percorso dei 16 km, e organizzazione ruspante (si lasciano le borse in una cantina buia, essendo gli spogliatoi promessi solo dopo l’arrivo, come invece non accadrà). Inutile mandare Sms perché i cellulari prendono solo in mezzo al campo sportivo, non alla partenza né al ristorante indicato come ritrovo (dove si celebra la sagra dei rivoltoni, pranzo del podista a 13 euro): aspetteremo il rientro per sapere quali costumi da bagno auto-galleggianti hanno vinto ai mondiali di nuoto, o come si evolvono le conquiste sessuali di quelle che (tatuaggi esclusi) stanno dentro al costume, e quale sarà la causa del malore podistico di Sarkozy (io un’idea ce l’avrei, ma non posso dirla).
E si parte, con circa 25 gradi: un km di salita su asfalto, altri due su una stradaccia sassosa (che purtroppo ritroveremo al ritorno), e finalmente i bei sentieri cosparsi di foglie di faggio, nel bosco la cui frescura attenua una salita piuttosto duretta. Al km 5 siamo già saliti di 500 metri, poi, dopo un’idillica discesa di un centinaio di metri fino al km 10, si riprende a rampare sul meraviglioso sentiero 101 e poi sullo 00 di crinale, fino a toccare i 1700 metri al km 18 (Fonte dell’Uccelliera – Passo del Cancellino), un altro paradiso con la Val Padana sulla destra, il Corno alle Scale di fronte, le Apuane a sinistra e più oltre, forse, il Tirreno e la Corsica. Un certo Venturi, che morì nel 1913, qui volle essere ricordato vicino alla sorgente; si dipartono sentieri per il Monte Gennaio (e quasi mi dispiace che non ce lo facciano salire), poi per il Passo Strofinatoio e il Corno…
Ma gli organizzatori hanno pietà e ci impongono un quasi dietro-front verso il passo della Nevaia, in territorio toscano, a 1620 metri, sentiero invaso da mirtilli grossi e maturi. Raccoglitori salgono con grosse gerle sulle spalle; muli affrontano i tornanti; anziani turisti si dirigono a passo tranquillo verso il lago Scaffaiolo descritto dal Boccaccio. Peccato, certe volte, avere un cronometro al polso, e non potersi risvegliare nel meno frenetico tempo antico.
Il più è fatto: dal bosco si sbuca nel verdissimo prato di Pian dello Stellaio a quota 1350: i ristori sono ottimi e abbondanti (acqua, tè al limone o alla pesca, sali minerali, coca cola, biscotti, banane, uvetta in bicchierini, così che le nostre manacce non vadano a ravanare nel mucchio di tutti); la raccomandazione è di gettare i bicchieri in strada e non nel bosco. Una ragazza mi chiede: ma lei non è il professor Marri? Allora ho dato un esame con lei, ho preso 29, mi ha interrogato su Guccini… - Se lei ha preso 29, vuol dire che è un genio!
Penultima salitina, un centinaio di metri verso il km 28 (i km sono segnati tutti, con grossi cartelli, e anche lungo il percorso ci sono addetti e frecce “quasi” a sufficienza: l’anno scorso, la gara si era corsa in via sperimentale, ma in senso inverso). Dal 28 al 33 è un discesone di 200 metri (coincidente col percorso di andata), che ci riporta in provincia di Bologna; poi l’ultimo sforzo, per una simpatica strada costruita su una vena di roccia, fino ai 1180 della Croce del Cigno (se posso essere tanto preciso, lo devo alle bellissime mappe distribuite in partenza). Da qui è il mio calvario: 4 km di discesa con dislivello di 400 metri, a un certo punto mi sento ubriaco di tornanti, e sono sempre più frequenti i calci contro i sassi; ma son problemi solo della mia cadente età. Ultimo paese, Lùstrola, molto ben ristrutturato, dove sta l’ultimo ristoro al km 40, poi si torna sulla strada asfaltata, con una salita finale di 40 metri verticali. Vado ai 6:20 a km, ma al 41 vedo uno davanti che sembra messo anche peggio. “Non lo raggiungo – mi dico – ma almeno ci provo”. Sorpasso eseguito (con saluto e scuse) al 41,5, e restano 3 secondi di vantaggio fino al traguardo (valgono il 28° posto su 42 classificati, pensate che gloria!).
Arrivo che il sindaco Nanni (lista civica indipendente) comincia le premiazioni, e non faccio in tempo ad azzannare un panino al prosciutto che mi chiamano come 7° di categoria: è un cartone molto pesante, che si aggiunge al pacco gara già ricco di suo (per 20 euro di iscrizione), nobilitato da calze di pregio (“queste Lupo le fa pagare 10-11 euro”, dice l’organizzatore Marco Medici), e
dalla “cervogia”, ovvero birra di castagno prodotta in loco su ricetta celtica.
Ha vinto Gaetano Cardia della Gabbi di Bologna, 46 anni, in 3.32, a dieci minuti il coetaneo Timothy Chaplin tesserato Isolotto di Firenze, ed Enrico Bartolini della Capraia e Limite. Mi parlano dell’arrivo femminile: la prima donna, festeggiata e applaudita, si è autosqualificata, lasciando il posto alla seconda, Laura Durpetti di Senigallia, anni 42 (quando era giovane e portava le treccine, nel 1994, ricordo che vinse la maratona di Tolentino, ma non ufficialmente perché non tesserata; ora esibisce due figlioli), in 4.58. Passano 50 minuti ed assisto all’arrivo della terza (cioè seconda), una soda e piacente biondona tesserata Vigarano.  Un’altra mezzora, e sulla dirittura d’arrivo si profila una biondina in completo blu, che si ferma a qualche decina di metri dal traguardo. Una della giuria la esorta a tagliare la linea, e lei replica: no, io non ho visto il cartello dei 40 km, dunque devo aver sbagliato strada; aspetto che arrivi la quarta, con cui siamo sempre state insieme, la lascio passare e poi arrivo. A furor di giudici viene trascinata (quasi come Dorando Pietri) oltre la riga estrema, ma rifiuta di essere premiata. Dopo altri 7 minuti arriva la quarta, una moretta toscana, e si stabilisce l’accordo con la benedizione della giuria (c’è un precedente a Davos qualche anno fa in favore di Monica Casiraghi, promossa al primo posto per sbaglio di percorso): inversione di piazzamento fra la terza e la quarta. Tanto, i premi sono quasi uguali: mezzo prosciutto, pasta, latte, formaggio, integratori, per fortuna niente gadget da pattumiera.
Pensando a come vanno le cose nel podismo “di pianura”, specie femminile, dove la caccia al premio di categoria diventa l’unico scopo della vita, mi vengono in mente le parole del replicante di “Blade Runner”: ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione (alludeva ai combattimenti per tre salami di premio nella categoria F 55?), e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser (erano forse i controlli istituiti sulle rivali, perché non fregassero?).
Sarebbe un peccato se tutti questi momenti, visti di persona in una piccola corsa di uno sperduto paese dove i cellulari non prendono, andassero perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.
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