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Come il criceto che corre senza posa PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabrizio Sandrelli   
venerdì 28 agosto 2009
Racconto di Fabrizio Sandrelli

Dalla sudicia finestra vedo il sole al tramonto, oltre la ferrovia, dietro la torre di guardia, e ripenso a quel quadro di Hopper e a ieri notte. Non ho mai avuto un criceto, io, solo un gatto spelacchiato che mi tiene compagnia con i suoi miagolii lamentosi e le sue fusa ipocrite, ma stamattina, appena sveglio, ho pensato: come il criceto che corre senza posa nella sua gabbietta a forma di ruota. E l’immagine di quel piccolo roditore e del suo perpetuo, vano affannarsi  in una prigione circolare mi è apparsa nitida alla mente.
Ho riordinato i miei diari, ieri notte: dieci anni di annotazioni fitte di numeri, di date, di osservazioni, di riflessioni, di imprecazioni e di esaltazioni. Sono le note dei miei allenamenti, redatte con scrupolo, metodo e precisione nel corso di due lustri di vita, senza trascurare una sola ripetuta, un bigiornaliero, un progressivo, un medio, un lungo lento o un corto veloce. Gli archeologi, gli esegeti, i commentatori, gli analisti che, a distanza di secoli o di millenni, ritroveranno sotto cumuli di polvere e di macerie questi diari, troveranno tutto, perfettamente documentato e ordinato. E pubblicheranno i miei manoscritti in edizione critica corredata da lunghe introduzioni e da dotte postille e disquisizioni storico-filologiche. E il mio nome diventerà finalmente celebre.
Dieci lunghi anni e nemmeno un giorno senza correre! Un’impresa non comune di cui andavo, un tempo, particolarmente fiero. Non ho molto di cui andare fiero, per la verità, e il mio nome sarà presto dimenticato, ma le centinaia di paia di scarpe consumate, le migliaia di medaglie e pettorali sparpagliati qua e là nel mio angusto bugigattolo, le innumerevoli foto che mi ritraggono ansimante, affranto o esultante sulla linea del traguardo, sullo sfondo di paesaggi urbani o montani, in prossimità di tabelloni cronometrici o di pannelli segna chilometri, mi riempiono tuttora d’orgoglio. Ho trascorso tutta la notte a rileggere dieci anni di appunti. Ho rivissuto emozioni perdute e dimenticate, giorni allegri e giorni tristi, giorni memorabili e giorni insignificanti, giorni di confusione e giorni di solitudine.
Non riuscivo ad addormentarmi. L’afa tormentosa di queste notti d’agosto, le odiosissime zanzare, il tumultuare della folla godereccia in cerca di emozioni notturne, i pensieri angosciosi: tutto congiurava per togliermi la consolazione del sonno.  Così ho frugato nei miei cassetti  e ho riesumato una vecchia agenda. C’era un dito di polvere sulla copertina grigia e sulla prima pagina ingiallita, stampigliata in rosso, una data, e un po’ più sotto qualche riga scribacchiata con grafia nervosa e frettolosa: “Capodanno: incipit vita nova. Primo allenamento: 10 minuti di corsa! Costretto a fermarmi. Dolori lancinanti in tutto il corpo: alle gambe, allo stomaco, al fondo schiena. Insistere: bisogna soffrire per essere grandi”. E ho rivisto un trentenne impigrito e imbolsito che corricchiava con passo incerto, quasi di nascosto, lungo una strada di campagna, in una gelida mattinata padana di brina e di nebbia, col fiato che gli appannava gli occhiali e il sudore che gli scendeva a rivoli sulla faccia perplessa e sofferente. Ma il dolore passò presto e alla smorfia di sofferenza subentrò il sorriso. Poi, come si legge nel Libro di Gioele, sopraggiunse improvviso un “giorno di tenebra e di caligine, un giorno di nubi e di fitta oscurità” quando tentarono di fermarmi al primo infortunio. Il dottore mi prospettò sciagure e sventure se non avessi rinunciato alla mia insana passione, ma nel frattempo era arrivata la primavera e, nonostante la tendinite e la fascite plantare, la voglia di correre era più forte che mai e dovevo assolutamente rispettare le tabelle e i programmi che avevo appiccicato, in bella vista, sullo specchio del bagno. Così uscivo nottetempo e correvo nella città assonnata, lungo il viale immenso e deserto, alla luce triste e incerta dei lampioni, e rincasavo dolorante e quasi felice, annotando scrupolosamente durata, sensazioni e chilometraggio della mia corsa notturna, che spesso rivivevo in sogno, nell’incoscienza di un sonno lungo e indisturbato, un sonno che adesso mi è negato. Cambiò tutto, da allora in poi: la mia esistenza si confuse con i ritmi, le sconfitte e le vittorie della corsa. Lavoravo per ore in un ambiente insulso e deprimente, circondato da gente meschina, ma il pensiero era sempre rivolto a quello che sarebbe stato riduttivo chiamare il mio passatempo, ma che era, in realtà, una forma di liberazione e un’esperienza spirituale. Sfogliai velocemente il diario, arrestandomi alla pagina del 15 agosto. “Magnifico ferragosto di corsa in mezzo ai monti e ai boschi. Lunghissimo di km 30 a passo lento. Lontano dalla folla bovina, dal rumore, dalla noia. Luce, luce, luce!” Come quel percorso, il mio preferito, che correva a mezza costa, a poca distanza dal lago, tra gli olivi, i cipressi, i cespugli di scotano e di alloro, in mezzo a quella luce così intensa…
Trascorsero i giorni, i mesi, gli anni: il mio aspetto fisico mutò drasticamente e uno dopo l’altro migliorai i miei “personali” su ogni distanza. Alla prima maratona, una prova iniziatica che mi costò sangue, sudore e lacrime, ne seguirono decine di altre. Ma più di ogni altra cosa amavo correre solitario, per ore in mezzo a prati e boschi. E mentre correvo innalzavo la mia preghiera silenziosa nel tempio della luce e del vento. Ero rinato e ringiovanito. Come avevo potuto vivere così a lungo senza quella passione, senza sentire il bisogno di correre lungo un sentiero o una strada, lontano, verso il sole, verso una meta gloriosa che continuava a sfuggirmi, fino allo stremo delle forze, ma tornando ogni volta più forte di prima?

 Poi, a poco a poco, la luce si affievolì, si offuscò e quasi si spense. All’entusiasmo e all’ebbrezza degli inizi subentrò, lentamente, la ripetizione che tutto corrompe, la routine, l’abitudine letale. Gli allenamenti, col freddo, col caldo, col vento o la pioggia divennero solo un dovere quotidiano ineludibile e la mia vita scivolò di nuovo, pian piano, in un circolo vizioso senza gioia, senza entusiasmo, senza vigore. Così, un bel giorno, mi sentii stanco e improvvisamente invecchiato e decisi di fermarmi a tirare il fiato e di guardarmi indietro. E feci la fine della moglie di Lot. Dopo tanto correre ero arrivato nel bel mezzo di nulla. Mi trovavo di nuovo smarrito in una terra arida e desolata, senza vita, senza orizzonte. E l’immagine del criceto tornò a presentarsi alla mia memoria sempre più spesso, sempre più inquietante, sempre più reale. Dieci anni sono trascorsi da quando smisi di correre e tornai a consumare i miei giorni nell’immobilità assoluta, senza uscire di casa, senza far nulla, senza dar segni di vita. Ora, quello che un tempo era un uomo quasi felice, vive solo di ricordi, dei ricordi esaltanti di quando correva senza stancarsi e  fermarsi mai. Ora corre solo col pensiero, e talvolta, quando ripensa alla gloria passata, quando rispolvera ad uno ad uno i pettorali e le medaglie, quando rilegge le memorie delle sue avventure e della sua tenacia, si sente di nuovo libero e leggero. Quella gabbia circolare si spezza e diventa un sentiero che corre sinuoso a mezza costa, tra ulivi e cipressi, tra cespugli di scotano e di alloro, verso l’orizzonte lontano, verso una fonte di luce infinita, verso una meta gloriosa che continua a sfuggirgli. E mentre il gatto spelacchiato gli si strofina contro le gambe indebolite, una lacrima gli scivola furtiva sulle gote rugose e flosce, mentre siede sul letto in disordine con in mano una vecchia medaglia arrugginita e osserva con occhi miopi il sole al tramonto, oltre la ferrovia che lo schernisce beffardo dalla sudicia finestra. Ma quando il mio nome sarà stato dimenticato,  quando le mie ossa saranno solo polvere, quando il sole sarà morto e risorto mille volte, gli uomini del futuro troveranno tutto perfettamente in ordine, annotato e registrato, negli annali dei giorni lieti, e io tornerò a vivere e a correre con gambe forti e robuste, innalzando la mia preghiera silenziosa nel tempio della luce e del vento. Mehr Licht!
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