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29-30 agosto 2009 Ultratrail Monte Blanc 2009: Sur les Traces des Ducs de Savoie (TDS ). L’ultima trepidazione di Mamma
Agli amici mantovani e agli amanti delle belle corse segnalo questa novità che si è aggiunta nel 2009 all’ormai classica e ambitissima UTMB. Personalmente, dopo due Ultra Trail di 166 km concluse su due tentativi, gli stimoli cominciavano a calare: anzi, il proposito finale dell’anno scorso era stato di darci un taglio. Ma mi aveva fatto cambiare idea l’invenzione di una terza gara, i 106.4 km appunto “Sulle tracce dei duchi di Savoia”, dalla risaputa partenza di Chamonix al traguardo di Dolonne-Courmayeur, conosciuto inizialmente come arrivo del Trail della Valdigne di luglio, poi come punto intermedio di ristoro durante l’UTMB “intera”. Soprattutto, a parte il completamento del giro attorno al Bianco (di cui finora nel “percorso ridotto” si faceva solo la metà da Courmayeur in poi, i 98 km della cosiddetta CCC) stava la novità del percorso inedito, che solo nella parte iniziale ricalca la gara di 166 km, e supera poi alcuni colli della massacrante “Petite Trotte a Leon” (ecco, questa è una competizione che per ora non penso di affrontare; ma nel 2010, chissà).
Il riscontro di partecipazione non è stato entusiasmante, in questo primo anno: di fronte al solito esaurirsi dei pettorali (sebbene non rapido come ai vecchi tempi) per UTMB e CCC, la TDS alla fine ha raccolto solo 632 partenti. Certamente, il fascino dell’arrivo a Chamonix attraversando un chilometro di folla entusiasta non è certamente rimpiazzato dal traguardo di Dolonne, o meglio, della periferia di questa frazione, tra megafunivie, megaparcheggi e solo qualche parente che ti aspetta. Per giunta, si è obbligati ad arrivarci salendo e scendendo qualche decina di scalini, che non fa molto spirito trail; sebbene offra il vantaggio di trovare tutti i servizi, dalle docce al pasto, in pochi passi (mentre dall’altra parte del Bianco gli arrivati devono sobbarcarsi quasi un km a ritroso per trovare i bagagli e cambiarsi). Confesso poi che, nella preparazione mentale alla gara, mi dava parecchio fastidio il dover partire alle 5 di mattina, con l’obbligo dunque di pernottare a Chamonix (a caro prezzo) salvo voler rischiare un passaggio del Tunnel in piena notte: fino a poche settimane prima, l’organizzazione non specificava nemmeno gli orari delle navette dall’Italia alla Francia, e solo in extremis comunicherà l’istituzione di un servizio alle 3,30 (sic!), cui però non corrispondeva la possibilità di ritirare il pettorale la mattina stessa. La storia delle 5 di mattina non era puro sadismo, ma tuttavia generava altra preoccupazione ai tanti podisti che durante il mese d’agosto vedevo allenarsi sui sentieri (dal buen retiro di La Thuile, km 90° della TDS e anche della PTL): per la questione dei cancelli, soprattutto quello che seguiva il Passeur de Pralognan, punto più alto della gara (2567 m dopo 56 km, con una ascesa di 600 metri in 6 km), colle che andava percorso rigorosamente alla luce del giorno per la sua conclamata pericolosità. Avevamo insomma “solo” circa 15 ore da Chamonix, con 6 colli e 3700 metri da scalare prima. Vabbe’, lo scopriremo vivendo: intanto ci gustiamo i mondiali di atletica a Berlino (“500 mila abitanti che rappresentano un centinaio di razze”, dice il cronista Rai Monetti) e meditiamo sul nostro zero in maratona: per forza, finché si continueranno a esaltare sui mezzi di comunicazione i cosiddetti stakanovisti, ma dalla vita facile, che ogni anno corrono venti maratone di serie C, per intascare 500 o 1000 euro cadauna con vittorie garantite da tempi sui 2.25 maschili o 2.45 femminili, ma se ne guardano bene dall’andare alle maratone vere, perché non cuccherebbero un ghello; e finché le nostre donne d’elite otterranno i loro record perché tirate o spinte da maschi compiacenti, è chiaro che la nostra maratona rimedierà solo figuracce internazionali stile Badoer. Tiriamo avanti, anche se Elisabbetta Gheborèle non ci intervisterà mai: chi non si è perso di coraggio al mattino di sabato 29 si trova a Chamonix, mentre si susseguono gli arrivi della CCC scattata una ventina di ore prima, e la pioggia caduta durante la notte fa la grazia di smettere proprio al momento del via (dato con due minuti d’anticipo!). La prima quindicina di km ricalca quella classica, ma dopo i 1650 m del col de Voza la discesa non ci porta fino a S. Gervais ma, meno ripida, ai 1170 m di S. Nicolas, dove fa ormai giorno. Dopo una sosta prolungata per cambio abiti, primo bel ristoro e il pieno d’acqua (il regolamento impone di averne sempre un litro con sé) ci si prepara alla salita più lunga e bella, al crinale del Mont Joly, circa 13 km attestati tra i 2000 e i 2500 m di altitudine, con punti da vertigine dove correre appare rischioso, per i precipizi da ambo le parti (pauroso un “buco” nel sentiero, opportunamente cintato perché da lì si poteva cadere molto in basso!). A tratti siamo in mezzo alle nuvole, evitando di arrostirci e patire troppo la sete: ma non pioverà mai, e anzi nella sera seguente ci sarà uno di quegli stellati da far paura. Dopo una discesa al Col du Joly a 2000 m (secondo ristoro e rilevamento cronometrico, dato dai nostri due chip e da annotazioni a mano), comincia un’altra serie di salite: tre colli in 12 km, e tra essi il Bonhomme ben noto ai frequentatori dell’UTMB, salvo che stavolta lo percorriamo di giorno riuscendo a evitare la maggior parte dei sassi e torrenti, e lo discendiamo per un sentiero più pedalabile con vista su grosso lago, verso il Cormet de Roselend (terzo grosso ristoro, al km 51). Da qui gli uomini duri devono cominciare a giocare: ecco il temuto Pralognan (luogo che storicamente evoca incontri segreti nel 1956 tra Nenni e Saragat, a preparare il centro-sinistra), e il successivo col de la Forclaz: quasi 800 m di salita intervallati da 400 di discesa. Ma non è quella cosa terribile che si paventava: d’accordo, se metti male un piede potresti andar giù per un bel po’, ma basta stare attenti e tirar fiato ogni tanto. Nel complesso ce la faccio in due ore, arrivando all’esecrato cancello delle 21 con due ore e mezzo di margine sulla chiusura. Adesso, si usa la testa perché le gambe cominciano a non sentirsi più, e ci siamo. Panorama incomparabile sul confine con l’Italia, dal Bianco lontano al Piccolo S. Bernardo da salire, al mont Valaisan al Ruitor e alla val d’Isère. Discesa su Bourg S. Maurice (il punto più basso della gara, 830 metri con una picchiata di 1540 dalla Forclaz), dove il campanile suona le 20 e fa un caldo tremendo; cena con tutta calma, poi tocca uscire dal tendone che fa buio e bardarsi come la notte precedente. E si attacca la salita del S. Bernardo (simpatico l’accompagnamento per qualche decina di metri dei “monelli” di Séez), naturalmente non sull’asfalto ma per la vecchia strada romana, meglio conservata nel tratto francese, salvo il crinale dove nel buio spesso mettiamo i piedi in acqua: 14 km a salire di 1350 metri, 9 a scendere. In vetta, dove arrivo dopo mezzanotte, ci sono 3 gradi e soffia un vento freddo solo in parte mitigato dal falò e dalle bevande calde. Più brutto il tratto italiano, che per fortuna conosco bene se no ci sarebbe il rischio di cadere nell’impetuosa Dora di Verney; sarebbe il momento di correre ma, stanchezza a parte, è troppo pericoloso. A La Thuile (la “Porta Littoria” dei tempi nefasti), suggestiva nei suoi lumini a olio che delimitano il percorso, per me sono le 3 meno un quarto, con oltre 4 ore di vantaggio sulla chiusura. Ciò giustifica un’altra mezzora passata a tavola (il tè è il più buono di tutta la gara), per immagazzinare le energie sufficienti ai prossimi 4 km di salita (300 metri in verticale). Anche l’ultima discesa, di oltre 7 km e 750 m di dislivello da Petosan a Prè S. Didier (“San Desiderio delle Fonti”, nel ventennio), sarebbe corribile, se non fosse per il buio, la stanchezza, l’eccessiva ripidità della seconda metà. Dopo il ponte sulla solita Dora di La Thuile, il passaggio davanti alle terme e in piazza (esattamente come nel Trail della Valdigne) e l’ultimo ristoro, quando ormai puoi spegnere la lampadina frontale, ci si illudeva che avremmo percorso un tranquillo lungofiume fino a Courmayeur: ma la crudeltà degli organizzatori ci spinge ancora per sentieri, che mi costano ulteriori 55 minuti. Chiudo in 26 ore, a dodici ore dal primo ma a cinque dal tempo massimo, e con circa 140 atleti (o eroi?) dietro me. Tra loro, quarta di categoria, mia moglie Daniela Gianaroli, un po’ guidata dai miei sms (“in questa salita i bastoni servono”, “unico tratto difficile l’ultimo quarto d’ora, poi puoi scendere di corsa”, “nella discesa tieni la destra fino al tornante di Cretaz”, “sta lontana dal torrente!”…), ma che sulle sue forze chiude, in tre anni, la terza UTMB affrontata, collezionando tutti i percorsi individuali possibili: i 166, i 98 e appunto questi 106. Le docce, un’ottima birra e il promesso pasta party finale (con possibilità di bis) sono l’ultima nota lieta, per il sottoscritto, che così può mandare a casa sms rassicuranti, non solo per i figli ma anche per la mamma, sempre un po’ ansiosa di queste “mattate”. Ma cominciano ad arrivare messaggi preoccupati del figlio: la mamma e nonna non sta tanto bene, si suggerisce di farla ricoverare per accertamenti. Il rientro a casa non è dei più sereni, e il peggio sta per venire. Per cinque giorni la mamma e nonna lotterà contro malattie e medicine (forse, più dannose queste di quelle): ma venerdì 4 mattina è tutto finito. Il nostro programma coniugale prevedeva di partire per la Jungfrau Marathon: ma quest’ultima ansia non riesco a darla, a Colei che mi ha fornito gambe e cuore per le “mattate”. Addio Interlaken, per quest’anno; e addio Mamma, per sempre.
» 2 Comments
1"Dietro le parole" at martedì 15 settembre 2009 04:29
Carissimo Fabio, ti faccio le mie più sincere condoglianze. Leggo sempre con immenso piacere i tuoi racconti così ricchi di particolari e cristallini. Questa volta ti ho sentito toccato per la scomparsa di tua madre, è comprensibile e condivisibile. La tua impresa è fantastica, percorrere più di 100 km in mezzo alle montagne e sentieri pericolosi a tratti al buio fa di voi persone speciali e talentuose. Vi invidio tantissimo perchè sono convinto che le vostre non sono "mattane" ma r
2"..." at martedì 15 settembre 2009 04:34
all'interno di voi stessi di pace. Quella pace che oggi sembra non esistere più. Ieri Blob ha fatto vedere l'intervista a Mike di Fabio Fazio. Lui era triste e dispiaciuto che Silvio non aveva risposto ai suoi auguri di Natale. Strano, stranissimo, vedere Silvio poi in prima fila ai funerali, in qualità di Presidente del Consiglio, parlare di amicizia profonda di legame e di enorme stima. Gli impegni sono impegni e davanti al popolo italiano quando serve il potere mediatico lui è sempre il pr
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