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La virtù senza le avversità marcisce PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Baldini   
lunedì 21 settembre 2009
Indice articolo
La virtù senza le avversità marcisce
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7. Iniziava ora  la delicata  parte tecnica. Il sonno  tormentava me e Tarcisio;  Marco avanzava imperterrito, in una forma smagliante. Eravamo al Lac de Jovet (m.2180) all’alba.  L’andatura tenuta sino allora  risultava superiore alla media. Ma era stato un bene che avessimo tirato il tratto “agevole” perché si sa che nei percorsi tecnici le medie scendono terribilmente. Il Col d’Enclave  (m.2667) era la prima asperità: terreno insidioso, sassoso, ripido, scaricava pietre a non finire dall’alto e bisognava quindi prestare attenzione per sé e per gli altri; sarebbe stato saggio indossare anche un caschetto di protezione. Dall’alto il panorama si faceva interessante; i nostri piedi solcavano il massiccio del Bianco propriamente detto, non le catene montuose che gli fanno da corona e che percorreremo poi in seguito. Seguiva una discesa, poi una salita, prima per il Col del Fours (m.2600) e poi un altro strappo su sfasciumi per arrivare al valico ferroso e scistoso della Grande Ecaille (m.2702), altamente suggestivo, perché le pietre somigliano alle sfogliatelle napoletane e sono affilate  come rasoi. Da quella forcella ci si trova di fronte all’Aiguille des Glaciers dalle  guglie imbiancate di neve fresca. Le emozioni aumentavano così come le difficoltà per arrivare al rifugio Robert Blanc (m.2760). Grandi blocchi di pietra, scivolosi, infidi. Quando mi fermavo a scattare le foto, per documentare la nostra avventura, Marco e Tarcisio guadagnavano quei trenta metri che non potevo  recuperare se non a seguito di un inutile dispendio energetico. Il sonno prima di arrivare al rifugio Robert Blanc mi attanagliava, così come a Tarcisio, che reagiva meglio di me. Mentre loro due avevano guadagnano un buon vantaggio nei miei confronti,  dovevo giocoforza fermarmi e coricarmi lungo il sentiero; una grossa pietra liscia color argento  fungeva da guanciale; era così algida poggiandovi le gote,  ma  provavo comunque un grande sollievo. Serravo gli occhi, le mie palpebre erano come incollate, avevo maledettamente bisogno di quei cinque muniti, cinque brevissimi minuti, un microsonno, a me bastava poco. Ripartivo a spron battuto e giungevo al rifugio Robert Blanc, gestito da motivati ragazzi. Tarcisio e Marco avevano già preso il posto per mangiare. Facciamo una bella rifocillata a base di spaghetti e caffè e si riparte senza requie.
La direzione era il Col de la Seigne, confine italo francese, per un traverso molto impegnativo costituito dal passaggio di una morena sotto la lingua glaciale che discende dall’Aiguille Des Glaciers. Dalla zona di ablazione del ghiacciaio si diramano almeno tre impetuosi e assordanti fiumi che bisognava guadare; il tratto è di rara bellezza, le pietre sono di un rosa acceso e, di fronte a noi a ovest, appariva in tutta la sua magnificenza il massiccio della Vanoise. Per arrivare al Col della Seigne, non ci si ricollegava al normale percorso che parte dallo Chalet des Mottets, ma ci si inerpicava su per una diagonale scistosa e friabile attrezzata con corde fisse. Tarcisio perdeva un bastone, riuscivo a recuperarlo. Aggrappati alle corde fisse, si saliva e finalmente si giungeva all’ampio valico del Col de La Seigne  (m.2515). Eravamo entrati in Italia. Consistenti ammassi nuvolosi a circa quattromila metri di quota  turbinavano attorno al Gigante che ancora non si era mostrato. Si riusciva a malapena ad intravvedere per un attimo  il Dome du Gouter. Ma non c’era tempo di gustare il panorama della Val Veny, bisognava recuperare tempo prezioso, ora  che  il tracciato lo permetteva. Ci si metteva  di mezzo pure  una fastidiosa  nausea di origine dispeptica. Non potevo imprimere al passo una spinta maggiore altrimenti tutto ciò che avevo consumato (a carissimo prezzo in termine economico) al rifugio Robert Blanc sarebbe stato riversato sul patrio suolo. Raggiungevo Marco e Tarcisio che tiravano a morte l’andatura, al Col de Chavannes (I) (m.2603). Nei pressi di una fortezza militare in rovina mi distendevo su di un fianco; è la miglior soluzione  quando si hanno certi tipi di fastidi. In appena cinque minuti  rinvigorivo, per affrontare in tratto pericolosamente esposto con sotto un vuoto di quattrocento metri. Una ventina di metri attrezzato con corde fisse. Anche una imbracatura con moschettone non sarebbe stato male da indossare per procedere in sicurezza. La concentrazione era al massimo, una manovra maldestra con i nostri zaini pesanti che avrebbero sbilanciato il corpo, sarebbe stata da guai seri. Ma non ci piangevamo  addosso e il nostro nuovo obiettivo era quello di arrivare il Col di Bassa Serra (m.2474) dopo aver superato degli immensi valloni detritici.


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