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"Non siamo nati per camminare o per stare fermi, siamo nati per correre..."

Nature - Daniel Lieberman e Dennis Bramble

La virtù senza le avversità marcisce PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Baldini   
lunedì 21 settembre 2009
Indice articolo
La virtù senza le avversità marcisce
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25-30 agosto 2009: Ultra-trail du Mont Blanc – Petite Trotte à Leon
“La virtù senza le avversità marcisce”.

 1. Non so se vi è capitato mai di leggere le lettere morali a Lucilio scritte dal filosofo romano Lucio Anneo Seneca duemila anni fa:  il titolo di questa storia, tratto dal celebre epistolario, è  uno dei tanti aforismi del maestro, seguace dello stoicismo,  che ci ha lasciato in eredità, ed è quello che mi dà la forza per affrontare le tante dure prove che la vita riserva. Questa volta l’esame fortunatamente è ludico, e sono stato uno dei  pochi eletti ad affrontarlo. La Petite Trotte à Léon è stata inserita dall’anno 2008 nella grande festa della montagna che è l’Ultra Trail du Mont Blanc. Per  il maratoneta  purista amante della natura  significa entrare nel Gotha di tale disciplina per i crediti, in termini di competizioni estreme,  che bisogna accumulare per sperare di poter essere tra i 5500 trailers: tanti sono stati quest’anno in tutte le quattro gare in programma che di seguito elencherò.
Cinquanta squadre erano ammesse alla PTL, e dovevano essere  formate da tre elementi indissociabili (cioè se uno si ritirava anche i restanti dovevano fermarsi) di cui due dovevano aver terminato almeno una delle precedenti edizioni dell’UTMB competitivo (km 166 +9000m di dislivello). L’esame iniziava subito con la lotteria dell’iscrizione a fine anno 2008. La lotta è stata dura già per iscriversi in tutte le gare in programma: da ogni angolo del pianeta giungevano richieste d’iscrizione che superavano abbondantemente la disponibilità: un’autentica follia! Ma i cugini d’oltralpe hanno l’occhio lungo ed hanno creato un bel business attorno alle 4 competizioni, forti dell’irresistibile attrattiva paesaggistica del Monte Bianco, il re delle Alpi,  che non ha certo bisogno di essere pubblicizzata.Anzi, semmai (a mio parere) le presenze nell’ “Espace Mont Blanc” devono essere contingentate, per preservare lo straordinario ma alquanto delicato equilibro naturale.
2. La squadra doveva essere un amalgama di forze e sentimenti comuni.  Bisognava scegliere il nome del gruppo; di getto mi veniva in mente “per angusta ad augusta” (massima latina che significa che attraverso le avversità si raggiungono  risultati grandiosi), sempre per rimanere in sintonia col filosofo Seneca. E chi sono i miei compagni di avventura? Anche qui la scelta doveva essere severa, oculata: possibilmente dovevi  scegliere dei compagni molto più forti di te, dotati di un amore viscerale per la natura. Come scoprire in loro più il più nobile dei sentimenti per poi fondersi in un’unica entità e condividere un’incredibile esperienza umana?  
E’ una razza in via d’estinzione la persona  che ama la fatica, il disagio, ma, tuttavia, paradossalmente è molto facile individuare coloro che condividono le tue stesse passioni,  basta  partecipare alle varie competizioni in montagna che proliferano di anno in anno. Queste entità le scopri con le conversazioni che non hanno termine; si parla di esperienze, di vette, di panorami mozzafiato. I loro occhi si inumidiscono e brillano, durante la profusione di racconti emozionanti e, alla fine,  li ho trovati: i piemontesi della provincia di Biella Tarcisio Fresia e Marco Galletto, rispettivamente da Portula e Trivero.
Traccio un breve profilo dei due. Inizio per ordine di anzianità da Tarcisio Fresia, un giovane sessantatreenne: il più forte della squadra, in salita è irresistibile e se la batte con il Marco Olmo nazionale; egli ha saputo scegliere i suoi geni. Sua mamma, la signora Gina,  una carabiniera, ancora in splendida forma, a cinque anni portava per la Val Maira (CN) al pascolo una mandria di quindici mucche. Prova a fare una cosa del genere oggi, e sarai linciato dai genitori  che   immergono i loro figli  nella bambagia. Suo nonno, postino, un discepolo di Renato Brunetta ante litteram, in quaranta anni di attività fino alla pensione non ha fatto un giorno di assenza e di ferie, eccetto quelli in  rosso del calendario. In merito gli fu tributato un particolare riconoscimento del  Prefetto di Cuneo. Ogni giorno – rigorosamente a piedi – su e giù per le valli alpine effettuava non meno di 1000 metri di dislivello positivo. Fare due conti è facile: moltiplicate i giorni di servizio per mille e vi verranno le vertigini.
Marco Galletto: il suo curriculum sportivo (di competizioni estreme) è impressionante e non lo cito, altrimenti non finisco più. Il Monte Bianco è diventato la sua seconda casa, conosce a menadito le sue sette vallate, gli angoli più remoti e suggestivi ed è stato lui a proporre l’avventura della PTL. L’altra sua grande passione è lo sci alpinismo che pratica con gran classe: il trofeo “Mezzalama” per lui è una sorta di allenamento.
Il profilo altimetrico della PTL è paragonabile ad un elettrocardiogramma impazzito, con le extrasistoli che rappresentano i tanti valichi da superare, che avrebbero spaventato  un mulo, e rendeva la faccenda proibitiva per un valligiano come me, con il limite orario imposto di 114 ore. Se ne sono accorti gli organizzatori tre settimane prima della partenza che, risvegliate le loro coscienze, si erano indotti ad eliminare la variante del Mont Joly (F) diminuendo il dislivello positivo dai m 22.000 ai 17.500, rimanendo però  il chilometraggio invariato di 240 km. Per rendere l’idea, dovevamo compiere una salita pari a due volte l’altezza dell’Everest partendo dal livello del mare. Non sono mica quisquilie. Si consideri che un buon passista in un’ora in montagna percorre 3 km… Ciò ha creato non pochi problemi per inserire le tracce sul GPS che si sovrapponevano a quelle esistenti per i continui aggiornamenti. Un ringraziamento particolare per il paziente contributo di esperto programmatore va dato ad Angelo Valsesia, della frazione Santa Cristina di Borgomanero (NO), che durante le ultime settimane si era arrovellato il cervello per far entrare tutte le tracce con i relativi waypoint nel GPS di Marco. Ma anche il mio amico Filippo Fortini non scherzava affatto, in fatto di prove di resistenza estrema. Dopo essersi cimentato con successo nel  percorso di guerra della  “Tough Guy”in Inghilterra, da Viterbo era arrivato in Olanda in bicicletta.


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