2. La squadra doveva essere un amalgama di forze e sentimenti comuni. Bisognava scegliere il nome del gruppo; di getto mi veniva in mente “per angusta ad augusta” (massima latina che significa che attraverso le avversità si raggiungono risultati grandiosi), sempre per rimanere in sintonia col filosofo Seneca. E chi sono i miei compagni di avventura? Anche qui la scelta doveva essere severa, oculata: possibilmente dovevi scegliere dei compagni molto più forti di te, dotati di un amore viscerale per la natura. Come scoprire in loro più il più nobile dei sentimenti per poi fondersi in un’unica entità e condividere un’incredibile esperienza umana?
E’ una razza in via d’estinzione la persona che ama la fatica, il disagio, ma, tuttavia, paradossalmente è molto facile individuare coloro che condividono le tue stesse passioni, basta partecipare alle varie competizioni in montagna che proliferano di anno in anno. Queste entità le scopri con le conversazioni che non hanno termine; si parla di esperienze, di vette, di panorami mozzafiato. I loro occhi si inumidiscono e brillano, durante la profusione di racconti emozionanti e, alla fine, li ho trovati: i piemontesi della provincia di Biella Tarcisio Fresia e Marco Galletto, rispettivamente da Portula e Trivero.
Traccio un breve profilo dei due. Inizio per ordine di anzianità da Tarcisio Fresia, un giovane sessantatreenne: il più forte della squadra, in salita è irresistibile e se la batte con il Marco Olmo nazionale; egli ha saputo scegliere i suoi geni. Sua mamma, la signora Gina, una carabiniera, ancora in splendida forma, a cinque anni portava per la Val Maira (CN) al pascolo una mandria di quindici mucche. Prova a fare una cosa del genere oggi, e sarai linciato dai genitori che immergono i loro figli nella bambagia. Suo nonno, postino, un discepolo di Renato Brunetta ante litteram, in quaranta anni di attività fino alla pensione non ha fatto un giorno di assenza e di ferie, eccetto quelli in rosso del calendario. In merito gli fu tributato un particolare riconoscimento del Prefetto di Cuneo. Ogni giorno – rigorosamente a piedi – su e giù per le valli alpine effettuava non meno di 1000 metri di dislivello positivo. Fare due conti è facile: moltiplicate i giorni di servizio per mille e vi verranno le vertigini.
Marco Galletto: il suo curriculum sportivo (di competizioni estreme) è impressionante e non lo cito, altrimenti non finisco più. Il Monte Bianco è diventato la sua seconda casa, conosce a menadito le sue sette vallate, gli angoli più remoti e suggestivi ed è stato lui a proporre l’avventura della PTL. L’altra sua grande passione è lo sci alpinismo che pratica con gran classe: il trofeo “Mezzalama” per lui è una sorta di allenamento.
Il profilo altimetrico della PTL è paragonabile ad un elettrocardiogramma impazzito, con le extrasistoli che rappresentano i tanti valichi da superare, che avrebbero spaventato un mulo, e rendeva la faccenda proibitiva per un valligiano come me, con il limite orario imposto di 114 ore. Se ne sono accorti gli organizzatori tre settimane prima della partenza che, risvegliate le loro coscienze, si erano indotti ad eliminare la variante del Mont Joly (F) diminuendo il dislivello positivo dai m 22.000 ai 17.500, rimanendo però il chilometraggio invariato di 240 km. Per rendere l’idea, dovevamo compiere una salita pari a due volte l’altezza dell’Everest partendo dal livello del mare. Non sono mica quisquilie. Si consideri che un buon passista in un’ora in montagna percorre 3 km… Ciò ha creato non pochi problemi per inserire le tracce sul GPS che si sovrapponevano a quelle esistenti per i continui aggiornamenti. Un ringraziamento particolare per il paziente contributo di esperto programmatore va dato ad Angelo Valsesia, della frazione Santa Cristina di Borgomanero (NO), che durante le ultime settimane si era arrovellato il cervello per far entrare tutte le tracce con i relativi waypoint nel GPS di Marco. Ma anche il mio amico Filippo Fortini non scherzava affatto, in fatto di prove di resistenza estrema. Dopo essersi cimentato con successo nel percorso di guerra della “Tough Guy”in Inghilterra, da Viterbo era arrivato in Olanda in bicicletta.
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