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"Non siamo nati per camminare o per stare fermi, siamo nati per correre..."

Nature - Daniel Lieberman e Dennis Bramble

La virtù senza le avversità marcisce PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Baldini   
lunedì 21 settembre 2009
Indice articolo
La virtù senza le avversità marcisce
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 12. La temperatura non era proibitiva a quell’altitudine, io indossavo solo i manicotti, ma andava tutto bene quando si era in movimento, mentre quando ci si arrestava, con la stanchezza, che per la verità non sentivamo, iniziavamo a battere i denti. Ci attardavamo per scattare delle foto a comprova del nostro passaggio e si continuava per il Col  de la Breya (m.2401)  per scendere poi a Champex Lac (m.1444). Si percorreva un lunghissimo traverso attrezzato anche con corde, su uno stretto sentiero strapiombante. Scendendo di quota rientravamo di nuovo dentro la fitta nebbia, Marco procedeva avanti a tutti con il mano il GPS cui non staccava mai gli occhi di dosso, e ci guidava con la traccia giusta.  Tarcisio una ventina di metri avanti a me teneva alto il morale da autentico condottiero. Mi domandavo come faceva  ad avanzare tra la nebbia, con gli occhiali da vista che si appannavano. Provavo  grandissima ammirazione per i miei amici che andavano avanti con un coraggio e una determinazione da travalicare la soglia umana. Io avevo superato la barriera del dolore ai piedi per le vesciche che peggioravano. Eravamo un’unica entità ancora fortemente motivata e affratellata, quando attraversando una stretta cengia Tarcisio precipitava nel vuoto, ma con uno scatto felino riusciva ad aggrapparsi ad una zolla erbosa che miracolosamente lo tratteneva. Ma, secondo me, in quel pauroso  attimo, c’è stato molto di più di una sfacciata  fortuna,  lo aveva         trattenuto  un abbraccio santo, la giusta ricompensa  per un uomo stimatissimo da tutti che opera nel sociale con uno slancio di ineguagliabile umanità. Assistevo alla scena impietrito, impotente,  si era sfiorata la tragedia. Tarcisio era salvo!  Riuscivamo a renderci conto del miracolo,  e tale si era trattato,  avanti a una croce dove c’era anche una statua della Madonna stilizzata. Tutti e tre ci abbracciavamo e recitavamo commossi  preghiere di ringraziamento. Dopo quello spavento, decidevamo di avanzare con la massima cautela fino a Champex Lac, allo chalet Bon Abrì, anche perchè il cammino presentava tante asperità:  la traccia  GPS che spariva,  una delicatissima discesa dal terminal della seggiovia, sino a valle per un sentiero stretto, fangoso e cosparso di radici. Marco però doveva sostenere comunque una cadenza elevata altrimenti la traccia del fondamentale GPS svaniva. Io mi dannavo con il tormento ai piedi, perché mentre in salita procedevo senza problemi, i guai cominciavano quando dovevo cambiare assetto di marcia in pianura e in discesa: ogni passo era una sorta di stilettata. Anche con quella tortura, la mia determinazione, come quella degli altri, non scemava mai. L’obiettivo di raggiungere Vallorcine (F) era saltato.
Il conto lo presenta sempre la montagna. Sabato alle ore 3,30 di notte di sabato 29 agosto 2009, giungevamo salvi allo chalet Bon Abri di Champex Lac che si trova proprio lungo il percorso dell’UTMB per il cammino che porta al Bovine. Quello della PTL però era ben diverso. Si doveva arrivare alla spettacolare Fenetre d’Arpette (m.2665). Prima però mangiavamo e ci concedevamo un’oretta di riposo all’interno del tendone allestito dall’organizzazione all’esterno dell’albergo. Cercavo il Robert dell’organizzazione per sistemare controllare il GPS. Egli confermava che l’apparato era difettoso e non c’era la possibilità di sostituirlo. In quella struttura venivamo trattati come appestati. Si entrava in un’anticamera e, dopo aver depositati gli zaini e calzato delle pantofole  che andavano bene per un piede di Cenerentola, potevamo aver accesso a una sala dove potevi mangiare ed acquistare del cibo. Nell’ora di pausa, distesi sulle brandine e avvolti da calde coperte, si faceva fatica a prendere sonno, con tutte le endorfine che avevamo in circolazione. Tant’è che alle 6 eravamo di nuovo operativi per affrontare i più di mille metri di dislivello positivo per arrivare alla Fenetre d’Arpette (m.2665). Ed è proprio una “finestra” il valico svizzero, ma che superlativo panorama che si godeva lassù. Le nuvole si diradavano e davanti a noi si presentava uno dei punti più esaltanti del massiccio del Monte Bianco, ovvero il plateau di Trient con rispettivo ghiacciaio. La discesa per il vallone di Trient è pericolosa e lunghissima sino ai m. 1583, dove è situata la deviazione per il sentiero  che porta al Col de Balme, confine franco-svizzero (m. 2204). Iniziava a soffiare un vento da nord che spazzava via tutte le nuvole, ed il paesaggio salendo per il Col de Balme si faceva immane. Suggestiva è l’imponente falesia che porta alla Cabanne des Grands  (CH) (m.2113). Lì ci sfamavamo con una minestra, serviti dai gestori  della baita, di una rara cordialità. Nel frattempo che Marco e Tarcisio sistemavano i loro zaini, mi sdraiavo a terra al sole e schiacciavo l’ennesimo microsonno.  Il tracciato per arrivare al Col de Balme è corribile e ricoperto di un’immensità di piante di mirtilli neri, ma non potevo perdere tempo per gustarmi quei prelibati frutti. Marco e Tarcisio mi spronavano per aumentare l’andatura e, non so come,  anche con i piedi in quelle condizioni e con lo zaino pesante riuscivo a correre.


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