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"Non siamo nati per camminare o per stare fermi, siamo nati per correre..."

Nature - Daniel Lieberman e Dennis Bramble

La virtù senza le avversità marcisce PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Baldini   
lunedì 21 settembre 2009
Indice articolo
La virtù senza le avversità marcisce
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 13. Il vento  al colle soffiava forte, il paesaggio era sconvolgente: l’Aiguille Verte e il Bianco svettavano solennemente, ed erano di  un candido accecante. Aggrottavo le ciglia per godermi quella superlativa visione, avendo smarrito gli occhiali. Sotto ci aspettava Vallorcine (F) (m.1263) e per un tratto ci si ricollegava all’agevole tragitto dell’UTMB. Me lo ricordavo bene. Marco come una furia era arrivato sotto Vallorcine e incitava me e Tarcisio, che non mi lasciava un attimo. Avevamo smarrito di nuovo il tracciato. Risalivamo di nuovo su per un breve tratto, su ripidissimo sentiero. Da lontano sentivamo le grida di incitazione di Marco. Alle 16,30 di sabato 29 agosto 2009 con un folle sprint entravamo in una Vallorcine in festa. Alle ore 18,00 era prevista la chiusura del cancello. Avevamo a disposizione 24 ore per arrivare a Chamonix, un ampio margine di tempo. Avevamo percorso circa 194 km e mancavano solo 46 km alla fine.  Però mi rendevo conto che, con la mia andatura zoppicante dal dolore, penalizzavo oltremodo i componenti della squadra. Chiedevo loro di procedere senza di me, insistendo molto in merito. Ma loro erano irritati dalla mia proposta e mi rispondevano fraternamente che eravamo un’unica entità e che mai  si sarebbero azzardati a fare una cosa simile, ed il gesto mi aveva riempito il cuore di gioia dandomi una carica sempre maggiore. La stessa domanda poi me la ponevano loro: “Se la faccenda era invertita, tu ci avresti abbandonato?”. Non avrei mai fatto una cosa simile: per l’onore,  il rispetto dei patti e l’aiuto alle persone in difficoltà,   rinuncerei a qualsiasi impresa.  Tarcisio e Marco mi chiedevano se volevo continuare. La risposta era scontata con un secco sì. Avanzare era l’imperativo d’obbligo ora che mancava poco.
Tiravo fuori una forza di sopportazione  che mai mi sarei aspettato di possedere. Da Vallorcine , dopo aver abbondantemente pasteggiato all’interno del tendone dell’UTMB, si riprendeva il cammino, per salire  verso lo Chalet de la Loriaz (m.2020). Tarcisio e Marco avanzano come saette, io in salita non ero da meno ed adottavo una strategia:  con i miei bastoni mozzi, spostavo il baricentro in avanti in modo che il peso venisse scaricato sulle braccia; la mia faccia nei tratti più ripidi arrivava a circa quaranta centimetri dal suolo. Dopo quattro giorni, quando tutti i disagi avrebbero esacerbato anche la più mite delle persone, tra di noi regnava una forte coesione e fratellanza, e questo è stato il più bel dono. La mia ammirazione per quei due straordinari atleti che esercitano un forte ascendente, al vederli avanzare con grande energia, era sconfinata, e con orgoglio potevo vantarmi con le persone di varia nazionalità che incontravamo, che è  grazie a persone come loro che l’Italia è diventata grande nel mondo. Insaziabili lavoratori, di straordinaria resistenza fisica  e di sanissimi principi. Tarcisio allo Chalet de la Loriaz mi ammoniva: “Da medico ti ordino di fermarti, con quei piedi  infettati!”. Ma quando mi ci metto sono testardo e facevo orecchie da mercante. Si procedeva per il lago di Emosson, un sbarramento artificiale ubicato in territorio elvetico che fornisce l’energia elettrica per le Ferrovie federali svizzere. Arrivare alla diga non è stato affatto semplice. Il cammino è dissestato, attrezzato con corde in pareti strapiombanti, e ci arrivavamo al tramonto, ammirando quella grandiosa opera dell’ingegno umano, mentre facevamo rifornimento d’acqua in un ruscello. Le stesse difficoltà tecniche le troveremo poi per arrivare al Lago vecchio d’Emosson (CH) (m. 2206). In mezzo a un profondo canyon  dominato dall’Alto dal Rifugio del lago, non c’era verso di trovare l’itinerario. Tuttavia i gestori del rifugio, due belle ragazze, a gran voce ci indirizzavano su di un aspro sentiero che saliva nella giusta direzione. Anche se era di notte, il luogo, illuminato dalle stelle,  è di una bellezza unica. La diga ed il rifugio sono così curati da apparire finti. Per gli appassionati di palentologia, da lì si ha accesso alla vallata dove si possono ammirare dei fossili di dinosauri. Attraversavamo la riva destra del lago vecchio d’Emosson per una pietraia. Il GPS di Marco, per fortuna, confermava che quello era l’itinerario esatto per salire al Mont Buet  (F) (m. 3082) dal passo de Le Cheval Blanc (CH) (m. 2830).


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