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"Non siamo nati per camminare o per stare fermi, siamo nati per correre..."

Nature - Daniel Lieberman e Dennis Bramble

La virtù senza le avversità marcisce PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Baldini   
lunedì 21 settembre 2009
Indice articolo
La virtù senza le avversità marcisce
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14. Dopo aver costeggiato tutto il lago, il sentiero s’impennava bruscamente. Giungeva una nuova telefonata. Era l’organizzazione che voleva sapere la nostra posizione e conoscere  il nostro stato fisico. Rispondevo che tutto procedeva per il meglio, e la nottata che si presentava era magnifica. A testa bassa con il volto che sfiorava l’erta, come delle furie salivamo con potente cadenza in alto. Il sentiero era costituito da sfasciumi, in quel momento venivo attanagliato da una forte crisi di sonno e procedevo all’insù ad occhi chiusi in stato di trance. Dalle ore 22,00 di martedì 25 agosto sino a quel momento attorno alla mezzanotte di sabato 29 agosto non avevamo fatto più di cinque ore di sonno in quattro giorni! Ed ora si presentava un conto salato. Avevo urgente necessità di dormire al Cheval Blanc  (km 216 m. 2830), raggiunto con un tempo record, prima delle nostre più rosee previsioni. Erano le due di una notte fredda. Bisognava  salire al Buet (m.3096) e la traccia sul GPS di Marco era sparita per una pecca dell’organizzazione. Marco e Tarcisio si disperavano alla ricerca del sentiero. Io dietro ero in profonda crisi, avevo sonno, fame sete, le mie vesciche ai piedi erano tralignate  in stimmate infettate. In discesa mi sdraiavo a terra e procedevo in posizione supina aiutandomi con le braccia. Arrivato nei pressi di un ruscello fiondavo  la  testa in acqua ed iniziavo a bere avidamente. Chiamavo Marco e Tarcisio: “Datemi per favore da mangiare, un carbongel, un panino, devo recuperare forze, ho solo  bisogno di dormire”. Non potendo sorreggermi in discesa a causa del dolore lancinante ai piedi, le mie forze mano a mano si affievolivano. La situazione stava diventando drammatica. Mi sembrava di vivere quell’esperienza dall’esterno, avevo le allucinazioni, a terra vedevo scritte, volti, tuttavia ero lucido, cercavo la quarta persona che ero io. Chiamavo i miei figli.  Malgrado tutto, i miei  nervi erano sorprendentemente  saldi, non avevo  un minimo accenno di panico.  Tarcisio e Marco, che pure loro erano provati ma avevano energie da vendere,  mi spronavano e tiravano per le mani  e, allora, è   stato l’unico momento di attrito tra di noi. Con le ultime forze che mi erano rimaste gridavo a gran voce: “Non perdiamo energie inutilmente a cercare la traccia giusta di notte, approfittiamo per dormire  e aspettiamo l’alba dato che è prestissimo; non sono un esperto di montagna, ma è una regola principale che non si gira di notte alla cieca in alta montagna, si può rischiare di morire da fessi e non ho alcuna intenzione di soccombere!”.
Non facevo in tempo a terminare la frase che Tarcisio scivolava senza alcuna conseguenza, e con grande umiltà mi dava ragione. Dopo pochi istanti cadevo riverso sul pendio sassoso addormentato. Questa è la versione di Tarcisio e Marco. Tarcisio, da medico, mi monitorava, non rispondevo più ai  richiami, le mie pulsazioni diminuivano paurosamente. Questo per circa 15 interminabili minuti. In fretta e in furia montavano la tenda da bivacco, nell’atto in cui  mi stavano per inserire dentro la tenda riprendevo conoscenza: mi sentivo bene, mi avvolgevano con le coperte di sopravvivenza, per tutta la nottata Tarcisio e Marco mi assistevano  valorosamente. Tarcisio mi aveva abbracciato per tutta la notte, mi parlava in continuazione per monitorare il mio stato di ipotermia, tenendomi alla larga da quel sonno che sarebbe stato fatale. Sul mio corpo scendeva ora un benefico tepore e le forze erano ritornate. Marco, invece era sempre fuori dalla tenda, faceva sino all’alba un lavoro immane, la spola tra la tenda ed il colle ed avvertiva i soccorsi, comunicando con esattezza le coordinate geografiche. Di ciò non mi avevano avvisato, altrimenti anche con quei piedi avrei continuato sino allo stremo. Sicchè, non  potevo più rifiutare il soccorso, perché avrei messo a dura prova i nervi dei miei amici e sarei risultato un pazzo.  Eravamo a soli 20 km da Chamonix.  Una coppia di escursionisti  svizzeri all’alba, ci assisteva. Tarcisio spiegava loro cosa era successo e che eravamo in attesa della mia evacuazione in elicottero.  Il congedo con quella umanissima coppia è stato un altro attimo toccante, per come  avevano insistito per fornirci assistenza. Il canalone, situato al confine franco svizzero,  dove era stata piazzata la tenda era malagevole. A circa un paio di metri scorreva un ruscello che gorgheggiava con un rumore a tratti sordo che evocava il rumore in lontananza dell’elicottero. Era come un supplizio di Tantalo. Tarcisio con me dentro la tenda non mi lasciava un attimo e medicava paternamente i miei piedi. Marco era su al colle che aspettava con ansia il velivolo in compagnia di alcuni stambecchi  incuriositi.  Sul contrafforte passavano i pali della linea elettrica di alta tensione. Non c’era lo spazio per un atterraggio. Mi rinfrancava il fatto che erano le sette del mattino e, dopo la ia evacuazione, Tarcisio e Marco potevano arrivare al traguardo di Chamonix agevolmente. Ma il diavolo ci metteva lo zampino. Arrivava l’elicottero che volteggiava sopra la tenda, sballottata dallo spostamento d’aria. L’equipaggio attendeva il nostro segnale di aiuto che non giungeva perché la chiusura della tenda si era inceppata e non riuscivamo ad aprirla.  Maledizione, l’elicottero si allontanava così come la possibilità  di Marco e Tarcisio di terminare la PTL.


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