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"Non siamo nati per camminare o per stare fermi, siamo nati per correre..."
Nature - Daniel Lieberman e Dennis Bramble
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La virtù senza le avversità marcisce |
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Scritto da Giovanni Baldini
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lunedì 21 settembre 2009 |
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Pagina 14 di 15 15. Alle ore 11,00 successive di domenica 30 agosto, finalmente, dopo varie chiamate di Marco, arrivava il soccorso della Gendarmeria francese. Avevamo saputo poi che il secondo tentativo di soccorso era andato a vuoto perché il velivolo aveva scarsità di carburante. Temevo per quei cavi dell’alta tensione così vicini. Ma i cugini d’oltralpe si dimostravano professionali. Il velivolo volteggiava e scrollava la tenda, venivano calati due gendarmi che, dopo avermi fatto indossare un’imbracatura integrale, agganciato ad un verricello mi issavano velocemente, ed il Monte Bianco usciva allo scoperto prepotentemente. Dopo aver penzolato nel vuoto ad un’altezza considerevole, ero tirato a bordo. E la mia avventura della PTL è finita così, con un lieto fine. A Chamonix girava voce fosse finita tragicamente… Il breve volo terminava, con grandi pacche sulle spalle di ringraziamento ai soccorritori, al centro delle guide di Chamonix. Nell’attesa dell’ambulanza, seduto sulla carrozzella a rotelle, gustavo le attrezzature alpinistiche affisse alla parete. Mi sarebbe molto piaciuto lavorare lì. Con l’ambulanza della Croce Rossa di St Gervais (F) venivo trasferito in barella al pronto soccorso dell’ospedale di Chamonix. Le meticolose cure ai piedi, da parte di una giovane dottoressa, si protraevano per un paio d’ore. I medici di Chamonix sono abituati a vedere cose del genere, se non di peggio. Conversavamo con il mio stentato francese, e lei non riusciva a credere ai fatti. Riverso sul lettino, rifiutavo gli antidolorifici quando armeggiava con il bisturi ed affondava sulle piaghe, perché l’anestetico era il sonno. Costo della prestazione sanitaria € 67,13 perché avevo tessera di assistenza sanitaria europea, altrimenti il conto sarebbe stato salato. Arrivavano a prelevarmi all’ospedale Nicoletta e Simonetta, rispettivamente le mogli di Marco e Tarcisio, che mi assistevano fraternamente. Vedevo i loro volti, distesi e rinfrancati dopo cinque giorni di apprensione per le nostre sorti. La giornata di domenica 30 agosto 2009 era radiosa. Le montagne sfolgoranti. Tutti i paesi della Valle dell’Arve erano in festa. Tarcisio e Marco avevano percorso a ritroso il cammino sino al lago d’Emosson in Svizzera dove ci aspettavano. E l’incontro è stato una grande festa, di profonda intensità emotiva, come tagliare il traguardo di Chamonix. La nostra più grande gratificazione è stata quando arrivati all’Argentière (F), facevamo sosta in un ristorante con una terrazza all’aperto per pranzare, colma di clienti, dove c’era anche un complessino che suonava motivi rock. Marco mi trasportava a bordo di una carriola in quanto avevo i piedi fasciati come una mummia. Non eravamo presentabili, dopo cinque giorni sulle nostre adorate montagne, con i volti emaciati e le barbe incolte. Ma alla nostra entrata, la musica veniva interrotta e tutte le persone presenti indistintamente si alzarono in piedi accogliendoci con uno scrosciante lungo applauso. Poi ovazioni, strette di mano, chi ci offriva da bere. Avevamo voglia di abbracciarli tutti per la spontaneità e l’affetto disinteressato. I figli di Tarcisio, Pietro e Matteo, rimanevano basiti per quell’accoglienza: è stata una grande lezione di civiltà.
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