Login

Entra
Nessun account? Registrati
 
Home arrow Dal fronte... arrow Ultratrail Monte Blanc 2009 (25.30-08-09) arrow La virtù senza le avversità marcisce

Benvenuti

Benvenuti su Nati Per Correre! Crediamo nella corsa come stile di vita e ci incuriosisce il mondo che la governa.

"Non siamo nati per camminare o per stare fermi, siamo nati per correre..."

Nature - Daniel Lieberman e Dennis Bramble

La virtù senza le avversità marcisce PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Baldini   
lunedì 21 settembre 2009
Indice articolo
La virtù senza le avversità marcisce
Pagina 2
Pagina 3
Pagina 4
Pagina 5
Pagina 6
Pagina 7
Pagina 8
Pagina 9
Pagina 10
Pagina 11
Pagina 12
Pagina 13
Pagina 14
Pagina 15

10. Come già programmato, il nostro obiettivo era quello di arrivare al rifugio Elena (m.2061), scendendo prima nell’alta Val Ferret italiana ad  Arnouva (m.1769),  per guadagnare  più tempo possibile. E ci arrivavamo nel profondo della notte sotto un firmamento fantasticamente delineato, attorno alle 3. Al rifugio/ristorante non c’era una luce accesa. I gestori – non so per quale motivo – avevano rifiutato l’invito degli organizzatori di fornire assistenza, il  Bonatti solo si era offerto come partner della manifestazione. Si prospettava un bivacco all’aperto. Svuotavamo lo zaino e ci vestivamo con tutti gli indumenti in dotazione. Sembravano l’equipaggio dell’Apollo 11 in attività extraveicolare, per come eravamo goffi nei movimenti. Dietro alla struttura, in una zona riparata, c’era un’altra squadra che aveva fatto altrettanto, sdraiati sul camminamento del rifugio: avevano gli sguardi stralunati. Ci coricavamo a terra sulla terrazza  in faccia al ghiacciaio Pre de Bar ed al Mont Dolent: non facevo in tempo a sdraiarmi che già dormivo. Dopo circa una mezz’oretta venivo svegliato dalla telefonata concitata da un addetto dello staff dell’organizzazione  che riferiva di aver perso la nostra traccia. Lo assicuravo che era tutto a posto e che ci trovavamo all’Elena. Il GPS di localizzazione che ci era stato dato in dotazione  era difettoso poggiando il dorso e non inviava più da tanto tempo il segnale. Non riuscivo più a prendere sonno, vuoi perché non essendomi chiuso ermeticamente entrava quel filino d’aria che ti congelava, vuoi per  il rumore che faceva Marco dimenandosi nella sua coperta di sopravvivenza per ottenere quel tepore necessario per addormentarsi. Dopo un breve dormiveglia mi risvegliavo: Tarcisio e Marco erano spariti.  Iniziava la ricerca: Marco lo trovavo che dormiva conficcato nel grande  sfiato del gruppo elettrogeno della struttura che gettava aria calda, mentre Tarcisio si era appisolato poggiando il dorso sulla parete del vano dove era installato il generatore. Albeggiava e vedevo una porticina aperta con una flebile luce. Mi fiondavo dentro di essa; nel vano c’era un ragazzo che lavorava lì e ci faceva accomodare dentro la struttura nel salone del bar. Quel ragazzo, di origine ispaniche, ci faceva poi notare che all’ingresso del rifugio c’era un campanello che avremmo dovuto suonare per chiedere aiuto. Averlo saputo. Facevamo tutti un abbondante colazione e, alle ore 6,30 , eravamo di nuovo in marcia, in direzione del “terribile” Col du Ban Darray (m.2695), confine italo svizzero.
Ci sentivamo tutti bene, i magnifici panorami che godevamo, almeno a me  avevano azzerato tutte le pene derivanti dalle vesciche. E, per essere sincero, il Ban Darray è stato un posto veramente esaltante e assolutamente privo di difficoltà, se non quella di affrontare una china durissima per una sassaia. E’ scarsamente frequentato perché il sentiero non è segnalato.  Dallo sterminato vallone detritico di caratteristiche himalayane, guardando nel versante italiano, la vista ti toglie il fiato, con le Grandes Jorasses e il Bianco visti da un’angolatura inedita. Il versante svizzero dell’amplissimo vallone del Ban Darray non è da meno:  dolce, verdissimo, con il gruppo del Grand Combin sullo sfondo, è regno di grandi mandrie di bovini che pascolano. Chiedevo aiuto a Tarcisio e Marco quando da valle avanzava tumultuosa una mandria di bovini, con alcuni capi dal torvo sguardo, non quelli delle pezzate mansuete mucche svizzere  per intenderci, reclamizzate sulle confezioni delle cioccolate, ma esemplari neri del tipo tori da corrida. Ci mancava solo che incorressimo  in una cornata. Il fischio delle marmotte era l’altra compagnia, se si aguzzava la vista quelle schive creature   si potevano facilmente scorgere quando lanciavano il caratteristico fischio che rappresenta il segnale di pericolo.


» No Comments
There are no comments up to now.
» Post Comment
Only registered users can write a comment.
Please login or register.
 
Pros. >