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"Non siamo nati per camminare o per stare fermi, siamo nati per correre..."
Nature - Daniel Lieberman e Dennis Bramble
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Febbraio 2012 |
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TOUBKAL TRAIL – TOUBKAL MARATHON: INSHALLAH |
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Scritto da Giovanni Baldini
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domenica 15 novembre 2009 |
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Pagina 3 di 3 Il rifugio Toubkal è grande ed offre tutte le comodità. E’ tappa obbligata per fare una buona acclimatazione e salire in cima alla montagna per la via normale, della lunghezza di 2 km che non presenta difficoltà tecniche se non una pendenza del 33% . Molto affollata era la montagna tra atleti e trekker. Tuttavia superati i tremila metri, la risposta del fisico cambia notevolmente. I tempi di percorrenza si allungano, si rischia di incorrere nel mal di montagna il che vuol dire nausea, cefalea e vertigini. Alcuni desistevano dal salire perché l’unica soluzione per non soffrire (e rischiare conseguenze anche letali) era scendere a valle. Non era così per i miei carissimi Tarcisio e Marco, che li incrociavano mentre scendevano dal Toubkal in prossimità del traverso che taglia la pietraia. Erano in grandissima forma, era la loro gara e finalmente si potevano riscattare della PTL non portata a termine per mia colpa e per soli 23 km. Io mi trovavo solo, gli altri amici impegnati nella lunga erano dietro. La mia cadenza per salire a Toubkal era costante ed ero curioso di provare la reazione del fisico all’alta quota; non ho avuto alcun problema. Al colle, a circa 4000 metri di quota, il dott. Marco Pagani assisteva e monitorava tutti gli atleti. Gli ultimi 166 metri di dislivello prima di arrivare il vetta sono il tratto più impegnativo, soprattutto in discesa, perché il fondo è costituito da ghiaia e non esistono appoggi sicuri. Un ultimo sforzo ed appariva il monumento di ferro piramidale dell’ambita meta: ero in cima! Che panorama superbo che si scorge lassù: la grandiosa catena dell’Alto Atlante ed il deserto del Sahara ad est con la visione che spazia sino in territorio algerino. E’ stato un mio sogno fin da bambino esplorare montagne e nature incontaminate. Avevo sette anni, la mia prima montagna conquistata fu il boscoso Monte San Valentino del paese di Bagnaia (VT) alta appena 700 metri. Quel giorno si sprofondava nella neve, i miei piedi erano congelati. I vestiti che indossavo non erano tecnici come gli attuali, ma quelli passati tra fratelli o cugini, molto dignitosi: il massimo che la mia umilissima famiglia poteva offrirmi. Come i bambini berberi, mi divertivo con un nonnulla. Ero gioioso e fiero di essere lì in prossimità della cima. Mi persi, e scoppiai in un pianto dirotto, fin quando arrivò in soccorso mio fratello con gli altri amici più grandi di me, che mi accompagnarono sino alla grande croce che segna la vetta: era come se avessi conquistato il mondo. A 38 anni di distanza il copione si ripresentava. Stavolta però c’era la serenità, le lacrime non erano di disperazione ma di gioia: sono un persona che ha avuto molti privilegi nella vita. Scattavo le foto di rito insieme alla grande Roberta Peron, apponevo la firma sul tabellone per attestare il mio passaggio, e di nuovo giù per lo stesso sentiero. Al colle dove era la tenda del dott. Pagani vedevo salire Massimo, Domenico, Gianfranco e un sofferente Ferdinando. Un acuto dolore alla spalla si era risvegliato ed avanzava bieco, pertanto riuscivo a convincerlo a tornare con me a Imlil abbandonando il proposito di proseguire per la 125 km. Tuttavia lo spronavo a stringere i denti e raggiungere, anche in quelle pessime condizioni, la cima del Toubkal. Rimanevo ad attenderlo per circa un’ora al colle a 4000 m, dove il dott. Pagani, intento a soccorrere diversi atleti, con una rara umanità mi faceva accomodare dentro la tenda e mi invitava ad usare il sacco letto per non prendere freddo. La temperatura quel giorno era gradevole, ma repentine escursioni termiche in quella zona possono farla abbassare diversi gradi sotto lo zero, specialmente di notte. Transitavano giù Massimo, Ferdinando e Gianfranco, e con un grande “in bocca al lupo” li salutavo. Poi arrivava Ferdinando, cui il dolore faceva perdere la traccia giusta in discesa: scivolava sul ripido pendio. Ad urla gli indicavo di spostarsi sulla sinistra, perché una caduta sulla spalla malandata avrebbe significato una evacuazione in elicottero, che tra l’altro non era dotato dell’essenziale verricello in una zona dove non era possibile un atterraggio. Poi insieme scendevamo molto lentamente giù ed incontravamo Maurizio ed Eliana che salivano, al limite dell’ampia barriera oraria imposta. Eravamo di nuovo al rifugio Toubkal e proseguivamo dritto in discesa direzione Imlil. I concorrenti dell’ultra trail dovevano ora da compiere altri 90 km solcando gli spietati sentieri ed i valichi elencati qui all’inizio, e la mia ammirazione per loro era immensa come i panorami che gustavo. Io invece con un sofferente Ferdinando tiravo giù dritto per quell’infinita discesa, con un pizzico di malinconia per aver optato per la maratona: ma l’obiettivo era di arrivare senza guai alla fine. Con Ferdinando, che dimostrava una grande sopportazione al dolore, tagliavo il traguardo di Imil al buio dopo aver oltrepassato alcuni villaggi con gli onnipresenti bambini che ci scortavano. In segno di gratitudine, offrivo loro tutto il cibo che avevo al seguito, barrette di cereali. Mi stupiva incontrare persone del luogo che procedevano al buio per le pietraie. Eliana, Maurizio e due francesi chiudevano la maratona, e non stavano più nella pelle. La nottata trascorsa da solo nella mia stanza in albergo è risultata quasi insonne. Pregavo per tutti, in particolare per Tarcisio, Marco, Massimo, Domenico, Gianfranco, Riccardo e Giovanni Battista, un cui minimo errore su quegli alti valichi poteva trasformarsi in dramma. I muli erano le ambulanze e lì non ci trovavamo sulle Alpi, perciò invocavo l’aiuto della Provvidenza. Venerdì trascorrevo la giornata ad Imil con Eliana, Ferdinando e Maurizio aspettando e festeggiando i primi super atleti. In 35 ore terminavano la faticaccia Tarcisio e Marco, e non sembravano affatto provati. Tarcisio addentando un dattero in un rifornimento aveva perso l’ incisivo, un souvenir del Marocco del quale avrebbe fatto volentieri a meno, ma la gioia che provava per aver percorso un territorio incontaminato era incontenibile. Il giorno dopo giungevano Riccardo, Giovanni Battista, Massimo e Domenico. Mancava Gianfranco, non si avevano notizie. Con Eliana, Maurizio e Ferdinando in taxi ci recavamo all’interno della catena montuosa sino al paese berbero di Tacheddirt. Lungo la strada intravvedevano una sagoma umana che in testa calzava una sorta di turbante e procedeva in discesa lentamente. Non poteva essere un arabo, perché vestiva indumenti tecnici: era Gianfranco! Quasi irriconoscibile, per come era consunto e riusciva a malapena a parlare. Ce l’aveva fatta, quando nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla sua possibilità. Sabato sera si svolgevano le premiazioni, con festa berbera molto chiassosa. Si era esagerato nei trofei dei primi tre classificati delle gare, costituiti dalla versione in terracotta delle dimensioni di una persona adulta del minareto della Koutoubia di Marrakech. La sera poi si continuava a festeggiare in un bel ristorante dove si potevano consumare anche la birra, e del vino prodotto in Marocco. Domenica mattina si partiva alla volta di Marrakech: restava a disposizione la giornata per visitare la città.Il famigerato albergo questa volta passava il limite, perché a me, a Marco e Tarcisio, questa volta veniva assegnata una camera dalle finestre murate! Riuscivamo ad ottenere un’altra stanza in un altro albergo e Tarcisio e Marco rimanevano lì a riposare. Io mi dedicavo con gli altri a fare il turista, visitando il museo e la stupenda madrassa, mentre l’accesso alla moschea ci veniva negato perché non mussulmani. Il suk a qualsiasi ora era sempre affollato, il canto del muezzin risuonava ma ognuno faceva i fatti propri: chi tentava di spacciare hashish, donne che vestivano all’occidentale, commercianti che ti si appiccicavano come piattole in estenuanti trattative, in un intreccio complice come le mafie nostrane; persone dagli sguardi smunti con i corpi piagati dalle malattie vendevano i miseri prodotti della terra, ed io ero lì come fortunato spettatore. Rimango nella convinzione che sono sempre gli affari a farla da padrone, ma un’angoscia mi tormenta per quelle persone abbandonate a se stesse. Un’altra grandissima esperienza umana ho vissuto, con persone dalle vite straordinarie. Alle prossime avventure, se Dio vorrà, che in arabo si dice: “Inshallah”.
Giovanni (Gianni) Baldini
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Ultimo aggiornamento ( domenica 15 novembre 2009 )
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