Io ero iscritto da molto tempo alla 125 km ma, dopo la batosta della Petite Trotte à Léon del Monte Bianco, era un miracolo solo essere lì. Appena un mese fa mi muovevo con le stampelle ed avevo le sembianze di una mummia egiziana (entrambi i piedi fasciati per le vesciche che si erano infettate); tuttavia il decorso, pur doloroso, è stato veloce. Ero tentato di fare la lunga insieme al super Massimo, Domenico e Ferdinando, ma la ragione questa volta ha preso il sopravvento, e a Marrakech decidevo di cambiare gara e partecipare alla maratona: meglio non tirare troppo la corda per non mettere ancora a dura prova i nervi della mia famiglia e strapazzare oltre misura i piedi.
Il grande ed intricatissimo suk di Marrakech è un qualcosa da non perdere, un tornare indietro nel tempo nei secoli. Per far abbassare l’orgoglio a molte persone che in Italia si strizzano il cervello per stupidaggini, una visita alla conceria di Marrakech sarebbe salutare per la loro psiche: uno stomaco di ferro, un rametto di menta sotto il naso e si entra nell’inferno. Giovani che dall’alba al tramonto conciano le pelli a mani nude usando il guano dei piccioni con un puzzo tremendo: provate un po’ a parlare a quei poverelli della legge 626 e dell’ufficio d’igiene…
Torniamo ad Imlil, il minuscolo paese berbero, punto di partenza principale per le escursioni sulla catena dell’Alto Atlante e via obbligata per l’ascesa alla normale del Jebel Toubkal. Non vi aspettate di trovare i servizi snob di St. Moritz o Zermatt. Dove ci aveva lasciato l’autobus all’entrata dell’abitato, il benvenuto te lo danno i muli, l’unico e prezioso mezzo di trasporto per chi non vuole faticare. Tuttavia le strutture alberghiere presenti sono di livello occidentale. La mia sistemazione perciò è risultata ben diversa rispetto alla stamberga di Marrakech: con Marco e Tarcisio avevamo una camera nello stupendo Riad di Imil (antica ed elegante dimora marocchina). Tutto organizzato perfettamente da Nico Valsesia che, con i suoi fidatissimi collaboratori stabilitisi sull’Alto Atlante da molti giorni, avevano segnato alla perfezione i 125 km del percorso con cerchi di vernice bianca rifrangente a distanza molto ravvicinata. Solo di gente seria ci si deve fidare nell’organizzare una gran fondo in un’alta catena montuosa dimenticata dal tempo, dove le strette vallate, per raggiungere sperduti villaggi berberi con i ritmi di vita che scorrono a ritmi medievali, si percorrono per chi ha le possibilità economiche solo a dorso di mulo, altrimenti a piedi. Ad Imil, Nico aveva approntato il grande ed accogliente “Toubkal Village” riservato ai soli atleti ed accompagnatori, dove era allestito permanentemente il buffet per mangiare, sorvegliato anche dalla polizia che è rispettata e temuta: lì non si scherza affatto, chi sgarra o si permette di sfiorare un agente la paga cara, mica come dalle nostre parti dove il buonismo ha annientato ogni autorità. Non solo, Nico aveva sottoscritto una convenzione con una nota clinica per eventuali ricoveri. Dato che ci trovavamo in Marocco, il pensiero dei maschietti volgeva maliziosamente in quella famosa di Casablanca, dove si praticano interventi di tutt’altra natura fuorché traumatologici… Niente paura, appuravamo subito che si trattava per fortuna di una struttura sanitaria privata di Marrakech specializzata in ortopedia.
Per tutte e due le gare la partenza era stata stabilita alle ore 5,30 di giovedì 8 ottobre 2009. L’ascesa al Jebel Toubkal (m. 4.163) era stata ben studiata per favorire l’acclimatazione. Il pomeriggio antecedente la gara, nel corso del briefing il dott. Marco Pagani membro del CNR, medico di spedizioni in Himalaya, dall’Everest al Kanchenjunga, con chiarezza cristallina si disimpegnava in una lezione di fisiologia per come affrontare i malesseri dell’alta quota e le tecniche per prevenirne i sintomi (di cui ho fatto tesoro). Poi partiva per posizionarsi a quota 4000 m. al colle del Toubkal dentro una tenda adibita ad infermeria, dotata addirittura di una camera iperbarica. Ciò infondeva a tutti i partecipanti grande serenità.
Dopo il via delle gare, da Imlil (m. 1.718) si procedeva verso il primo passo (Tizi Mzik m. 2.479) e si discendeva per il Refuge Tamsoult (m. 2.307). Con Domenico, Massimo, Ferdinando e Gianfranco partivamo in fondo al gruppo, mentre Tarcisio e Marco impostavano da subito un ritmo infernale. In questo primo tratto abbiamo attraversato un bosco di cipressi e pini d’Aleppo, particolarmente profumati dalle forme spettacolarmente contorte che a quella latitudine si trovano anche abbarbicati su arditi speroni rocciosi sino ai m.2.700 di quota. Al rifugio, che è più un caravanserraglio, era stato allestito il primo “Gran Bivouac” gestito dalla popolazione locale, prima di affrontare il Tizi n’Aguelzim (m. 3.557). C’erano anche dei datteri su un vassoio che non ispiravano fiducia, però non esitavo a mangiarli. Non pensate che l’Alto Atlante sia arido. La catena viene investita dalle perturbazioni atlantiche che da novembre a marzo scaricano una quantità tale di neve che consente di praticare lo sci alpinismo e, ad Oukaimeden, vi è anche una stazione sciistica. Anche in ottobre l’acqua che emerge in superficie nelle strette valli è abbondante e, prima di arrivare al predetto valico in mezzo a una stretta forra, abbiamo attraversato la suggestiva cascata d’Irhoulidene. La fauna invece è costituita da capre, rospi maculati e da ragni di grosse dimensioni. Il vento soffiava impetuoso e mi preoccupavo quello che sarebbe stato in alta quota perché sopra di noi le nuvole scorrevano come saette. Le rocce mutano di colore da un versante all’altro. Si passa dal bordò al marrone scuro all’avana. Ogni pochi minuti facevo una sorta di check-up: i miei piedi reagivano bene, come sentivo un granellino entrare dentro le scarpe mi fermavo e provvedevo ad un’accurata pulizia. Arrivavo da solo al Tizi n’Aguelzim (m. 3.557), agevolmente senza patire l’altitudine e la salita - ripidissima - del canalone dei 100 “virage”, ed il vento fortunatamente cessava. Avanti a me si presentava lo scuro profilo del Jebel Toubkal, e sotto l’ampia conca morenica modellata dall’estinto ghiacciaio risalente all’ultima glaciazione. A quella quota riuscivo pure a correre lungo la mulattiera. La discesa per arrivare al grande rifugio Toubkal (m. 3.220) è agevole. Non di rado si incontravano carovane di muli stracarichi di viveri condotte da guide, che rifornivano il rifugio e gli isolati villaggi incuneati in profonde vallate verdeggianti, dove sono coltivati ortaggi che spezzano il brullo paesaggio. Devo dire che la popolazione berbera, pur conducendo vita grama, è accogliente e felice di quelle pochissime cose che possiede: non ho visto gente triste ed i bambini gioiosi, tanti, che ci venivano incontro mentre transitavano nei villaggi, erano rispettosi e dignitosi, e non si azzardavano ad elemosinare.
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