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"Non siamo nati per camminare o per stare fermi, siamo nati per correre..."

Nature - Daniel Lieberman e Dennis Bramble

Nizza e Savoia, cosa nostra o quasi PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Marri   
giovedì 19 novembre 2009
Nizza-Cannes, 8-11-2009: 2° Marathon des Alpes Maritimes
Nizza e Savoia, cosa nostra o quasi

Se una gara, già alla prima edizione, si classifica al secondo posto tra le maratone francesi (dopo la sola Parigi), per i suoi 8207 arrivati (di cui circa 250 italiani) vale la pena di dare un’occhiata; anche perché il posto è vicino (appena più in là di Sanremo – dove pare che quest’anno la maratona dia forfeit - e Montecarlo – dove non tutto fila liscio, visto il clamoroso cambiamento di data da autunno a primavera -); poi Nizza è la patria di Garibaldi ed è appartenuta all’Italia (pardon, ai Savoia) fino al 1860, tutti conoscono perlomeno il dialetto genovese in cui sono scritti anche i cartelli ufficiali (“Nissa”). Insomma, questa trasferta non fa paura agli italiani, che invece titubano di fronte a Svizzera tedesca o Germania; e allora andiamo, soprattutto considerando la miserabilità delle maratone concorrenti nel Belpaese in questo novembre.
A conti fatti, posso dire che se misuriamo col metro italiano, questa maratona può farci la sua bella figura: prezzi non esosissimi, specie iscrivendosi per tempo; chiusura al traffico perfetta; panorama discreto (anche se alla fine può essere noioso correre una quarantina di km col mare a sinistra e la ferrovia a destra, sovrastata da palazzoni, talvolta orridi, al cui confronto Rimini diventa un’oasi); logistica accettabile per una corsa in linea, che sarà senz’altro più affascinante di una a circuito, ma pone problemi non indifferenti a chi organizza (salvo che non abbandoni totalmente gli arrivati al loro destino, come fanno a Carpi). Invece qui si poteva alloggiare indifferentemente a Nizza, Cannes o nelle località intermedie, certi di trovare trasporti ferroviari sia prima del via sia dopo l’arrivo. L’organizzazione assicurava, infine, di aver apportato miglioramenti rispetto all’anno prima, sulla base delle osservazioni dei partecipanti: non tutti però si sono fidati, se gli arrivati del 2009 risultano 7875, malgrado l’aumento moderato del numero degli italiani. Il dato tuttavia non è quantificabile, in quanto, ancora dopo una settimana dalla gara, non è arrivata a casa la promessa edizione speciale del giornale, e sul sito le classifiche sono consultabili con difficoltà, senza la possibilità di cercare la classifica per nazioni.
Insomma, quello che in Italia può ancora tollerarsi, non regge il confronto con le grandi e piccole maratone centroeuropee, da Berlino a Lindau, da Amburgo a Zurigo, dove il giorno stesso hai un diploma e tutti i tipi possibili di classifica, piazzamento ecc. Il diplomino scaricato dal sito di Nizza il giorno dopo aveva, per esempio, in bianco le caselle degli arrivati totali e degli arrivati di categoria (scrive cioè, nel mio caso, “4703° su…”, “726° di categoria su…”) e nonostante l’utilizzo del Championchip non dava il tempo netto. Né ci è stato mandato il risultato via Sms, come promesso.
Rapida la consegna dei pettorali la sera prima (non è prevista il mattino della gara), niente pasta party, ma qualche espositore lascia piluccare i suoi pezzetti o bicchierini di integratori. Partenza domenica molto per tempo, alle 8, forse per lasciare poi spazio libero allo struscio turistico: fa però alquanto freddino, e contentiamoci che abbia smesso di piovere. Non molto abbondanti le toilettes, col risultato che i più la fanno direttamente in mare. Lo sparo non si sente (come spesso, nelle partenze all’italiana); ci mettiamo in movimento (assai lento: 7 minuti il primo km) quando lo vediamo fare dai nostri vicini, fiduciosi nel tempo netto, che invece non sarà quello ufficiale (come invece nell’Europa più civile…). Io arriverò col pacemaker delle 4 ore (che mi aveva raggiunto al km 37), i nostri cronometri restano bloccati appunto sulle 4 ore o dintorni, ma il responso della classifica corrisponderà a quello del tabellone finale, un implacabile 4.02:22.
Ci sarebbe da ridire anche sulla lunghezza del percorso: il mio Gps al km 15 segna 100 metri in più, alla mezza mi dà 21.240, al 40 addirittura mezzo km in più, e alla fine 42,720. Esagera il mio Gps? Forse, ma a Bregenz mi diede appena 190 metri in più, a Trieste 160, a Mont Saint Michel 140, al Lichtenstein solo 50 (e sapete tutti che è da regolamento dare a una maratona 42 metri in eccesso). I due Gps di colleghi consultati all’arrivo a Cannes davano 42,520 e (quello di un’inglese) 26 miglia e 600 yards. Dunque dico che se la lunghezza fosse stata quella giusta, il buon pacemaker avrebbe condotto il suo gregge sotto le 4 ore anche come tempo netto.
I ristori sono molto frequenti: ogni 5 km, più acqua ogni 2,5 (cioè agli spugnaggi: le spugne sono sempre nuove). Peccato però che ci siano solo bevande fredde (neanche un goccio di tè), più arance e banane. Idem fino al traguardo, dove – bontà loro – si aggiunge il cosiddetto pasta-party, ossia un piatto di maccheroni da consumare in piedi o seduti sull’asfalto, fuori.
Percorso come detto, con la variazione principale dello scavalcamento del promontorio di Antibes tra il 25 e il 30: tre salitine, di cui l’ultima più duretta che sale di una trentina di metri in circa mezzo km (ma è anche il tratto più suggestivo). Pubblico abbastanza presente, specie nelle sedi dei cambi di staffetta (peraltro, sono solo 31 squadre di 6); molto caloroso nell’ultimo km a Cannes, col risultato di lasciarci una corsia larga, in certi tratti, solo due metri, e rendere impossibile lo sprint finale. Chi ha evocato i passaggi sulle cime alpine nei giri ciclistici dimentica il fatto che quei passaggi avvengono alla spicciolata, mai in gruppi di centinaia come eravamo noi; e che per gli arrivi, sia nel ciclismo sia nel podismo, sono sempre previsti vialoni, o quantomeno una pista d’atletica.
Dopo arrivati (siamo nella zona delle impronte delle mani sul cemento della strada: a me ‘tocca’ Catherine Deneuve), e ricevuta una medaglia decisamente bella, poi in cambio del chip una maglietta alquanto sovradimensionata, ci lasciano scegliere tra zona ristoro o zona ritiro borse (missing in action la dichiarata zona massaggi: forse dentro la tenda sanitaria, ma senza indicazioni?). Quasi tutti puntiamo a recuperare la borsa, dato il clima freschino, e ci troviamo in un cortile scoperto, davanti al recinto delle borse, con l’indicazione dei numeri (a gruppi di 1000) ma nessuna divisoria e nessuna via d’uscita. Cioè, chi sta davanti al banco della consegna viene schiacciato da chi sta dietro, e per uscire deve farsi largo. (Alla Limone-Malcesine 2008 non erano riusciti a fare peggio). Chi vomita, chi si accascia, chi viene sorretto. Impiego 25 minuti per avere la mia roba, poi vado al ristoro, di cui ho già detto. Mi porto fuori il piatto di pasta e una bottiglietta di minerale, mi siedo sull’asfalto della zona uscita (zero sedie, zero tavoli), appoggiando la schiena a una ruota di camion in sosta, il piatto a terra e tirando su con la forchetta un maccherone per volta. Zero spogliatoi, zero docce (a quanto pare, caratteristica francese da qui fino a Mont S. Michel; per fortuna non a Chamonix). Al mio fianco, due podiste lombarde usano i consueti trucchi da spiaggia dopo bagno (togli t-shirt, metti maglietta, via il reggiseno sudato; asciugamano sotto, via lo slip, poi subito mutande, e via asciugamano) evocando a confronto Berlino, che gestisce molto meglio un numero quadruplo di corridori.
E non c’è bisogno di andare tanto lontano: giunge notizia che vuol chiudere la maratona di Vigarano/Ferrara, una che nel suo piccolo, e con le sue modiche tariffe, piuttosto che cercare le dirette Rai e i keniani razziatori si era preoccupata di garantire, con gli altri servizi, docce calde in prossimità del traguardo. Mentre noi siamo a Nizza a farci prendere in giro da chi specula sulla vocazione dei fighetti vip-dipendenti.
Ma oggi, per fortuna, degli eventuali attori di passaggio, o del casinò, o di Fabio Fazio o Lapo Elkann che vengano a proporre o proporsi per ospitate; insomma, di tutto questo mondo frivolo e falso che si identifica in Cannes, alla gran maggioranza dei podisti non frega niente. Rimane da prendere il treno: in stazione, per noi atleti maleodoranti c’è un ingresso apposito, non di cortesia ma per evitarci di contaminare i passeggeri normali; tre addetti dietro le transenne ci bloccano quando ritengono che siano già in troppi sulla banchina. Promettono che ogni cinque minuti c’è un treno, ma solo dopo mezz’ora abbondante di coda ci lasciano andare al binario uno (che, curiosamente, è il più lontano dall’ingresso), dove dopo una decina di minuti arriva il treno delle 15.05 (ma quello delle 14,22 l’avrà visto solo Federica Sciarelli: sicuramente non appare sul tabellone). Prevedibile calca sul treno: a me va bene che, essendo il primo della fila (cioè il primo a essere stato bloccato della fila precedente) trovo posto in treno. Una va nella toilette e all’arrivo a Nizza non riesce ad aprire la porta…
C’è il tempo, per il sottoscritto, di visitare il museo nella casa di Matisse. Intercity per Milano alle 17.59; partenza, e arrivo al confine italiano, in orario perfetto. Poi, com’è come non è, ritardo di 32 minuti. Benissimo: mi farò rimborsare. Avanti Savoia, ma questa maratona troppo italiana per essere europea la lascio bissare ad altri.
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Ultimo aggiornamento ( giovedì 19 novembre 2009 )