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Bressanone, 3 luglio 2010: 1a Brixen Dolomiten Marathon Das Beste?
Ach! Fi carantisco che maratona Pressanone è non solo più tura che tutte altre maratone del Reich, parton, di Repupplica nata da Resistendza, ma anche la più pella! Lo si può dire non solo in italo-sudtirolese ma anche in italiano: se, escluse le ultra, non ho mai fatto tanta fatica in una corsa, devo ammettere che non avevo nemmeno mai visto, in Italia, scenari altrettanto spettacolari come quelli che, dal primo all’ultimo sudatissimo chilometro, ci hanno proposto i cosiddetti “brissinesi” al loro esordio sulla distanza canonica. In questo genere di gare, i lettori sanno che da almeno dieci anni mi tengo fedele alla personale classifica: Interlaken – Zermatt – Davos – Chamonix; e che ritengo una maratona d’altura tanto migliore quanto più imita la Jungfrau Marathon. Detto fatto, a Bressanone hanno dichiaratamente preso Interlaken come modello, anche nei dettagli: come la partenza il sabato, il pasta party dove, pasta-a-parte, devi pagare tutto il resto, compresa l’acqua per un’euro a bicchiere (per fortuna che le fontanelle cittadine erogano un’acqua fresca e buonissima!), e un trancio di pizza fredda per 2,5; la possibilità di ritirare i pettorali anche il mattino stesso, il dislivello di circa duemila metri (ehm ehm), l’arrivo in alta quota con discesina finale di un km, la classifica immediata grazie ai chip; e il ritorno, non col treno perché in Italia non usa, ma con pullmini e funivia. Anche la cartina annessa al sito e pubblicata sul giornalino trilingue “Marathon News” distingue con diversi colori i tratti su asfalto, strada bianca e sentiero alpino (quest’ultimo, circa 15 km, in ottime condizioni e con poca sassaia). Qualche differenza: Bressanone, cittadina deliziosamente tedesca, è più bella e ricca di storia che Interlaken, seppur sia gratificata da un clima quasi insopportabile in questa stagione; la premiazione si svolge non a valle (come sarebbe più logico, specie tenendo presenti le esigenze di chi deve ripartire), ma nel paesello di S. Andrea, a mezza via (anzi, nemmeno toccato dal percorso): e se vuoi andartene prima devi usare i bus di linea a pagamento.
Per il resto, qui ovviamente siamo agli inizi (l’unica maratona in regione è quella di Egna, poi Bolzano, infine Merano, in fase nettamente calante e di cui mi sono stupito per l’assenza degli organizzatori: quelli di Interlaken a Davos ci vanno, anche se non hanno problemi a riempire le iscrizioni!); l’expo è alquanto scarna, benché gli addetti siano molti, bravi e quasi tutti bilingui. Credo che portare al traguardo finale 176 uomini, 28 donne e 37 staffette di quattro componenti sia un successo (intelligente è stato pure prolungare, in corsa, il tempo massimo da 7 a 8 ore, data la difficoltà del tracciato); vedremo l’anno prossimo, quanti dei partecipanti rinunceranno al bis pensando alla fatica estrema, e quanti nuovi invece saranno invogliati dalle buone referenze (tra cui la mia, peraltro – come sempre – non interessata, tanto è vero che pensavo a priori di cercare nel 2011 altre esperienze). Anche il prezzo di 40 euro, per chi si iscriveva tre mesi fa, era vantaggioso (giungendo poi a un massimo di 60). Eccoci dunque il venerdi pomeriggio a Bressanone, per un giro turistico intervallato dalla visione delle partite dei Mondiali (non sono in Rai? Ki ze ne freghen, qui tutti guardano le tv tedesche dove non mancano nemmeno Uruguay e Ghana, e invece non si vedono Costanzo, Galeazzi e Zazzaroni), e da un gelato alla “cigliegia” dove due Kugel hanno le dimensioni di quattro palline dei furbi gelatai padani. Il sabato mattina alle 6.48 ci arriva sul cellulare la sveglia degli organizzatori (Datasport), coi dati meteo: temperatura alla partenza di 25 gradi, all’arrivo di 15. Si va dunque nella meravigliosa piazza del Duomo (mi ricorda la partenza di un altro must del podismo europeo, il Rennsteig di Eusenach), dove tra le poche non locali vedo Ilaria Razzolini (la custode del segreto di Pulcinella sulla chiacchierata maratona di una famosa mortadella prestata alla politica), che si prepara al suo settimo posto assoluto, prima tra le non altoatesine; e la collega bolognese Alessandra Zambonelli, con cui si parla dei docenti concittadini che vengono all’università di Bressanone come secondo lavoro, e guadagnano il doppio di noi (vantaggi del federalismo di qua, che invece i nostri corregionali Peppone Bersciani e Fiocinino Franceschini non vogliono, pur permettendo che i loro affiliati ne traggano i profitti in trasferta, ndr). Partenza, tre km di giro per la città (anche qui, Davos e Interlaken fanno scuola); poi, dopo il doppio ponte su Rienza e Isarco, comincia la stradina di Plose, in salita piuttosto severa (900 metri in 11 km), ma quasi tutta asfaltata. Ovviamente chiusa al traffico, e con frequentissimi punti di ristoro; nei piccoli centri che attraversiamo, specie quelli di cambio degli staffettisti, c’è una notevole partecipazione popolare. Sono tutti fuori anche dai loro masi o fattorie isolate: al km 23, tanti agnelli neri sul prato tettano dalle madri; una giovane signora locale chiede chiamandomi per nome (stampato sui pettorali) “fapio, fuoi toccia fresca?”: “von dir, auch in der Holle!”, le rispondo, al che mi viene diretta ad altezza del viso una sventagliata con lo stesso effetto refrigerante di un acquazzone. Inesorabilmente abbandona la mia stanca compagnia una quasi-novizia della maratona, la correggese Rosanna Bandieri, esperta di gran fondo ciclistiche (“lo batti Prodi?”, le chiedo, e il suo sorriso di compatimento vale più di ogni risposta), avviata a essere 11a assoluta e seconda padana, sotto le sei ore (sta vincendo una campionessa autentica, dal cognome quasi-modenese, Irene Senfter, in 4.47, mentre tra gli uomini è già arrivato Hermann Achmuller, di Brunico, col tempo mostruoso di 3.37 e il vuoto dietro). L’altra locale d’adozione, Martina Juda, mi dicono invece che stia scalando un Ottomila. Siamo entrati in uno dei punti più belli del percorso, una strada bianca che dai 1500 metri di S. Giorgio ci porta in una decina di km ai quasi 2000 della Schatzerhutte, incuneandosi in una valle verdissima e profonda al cui termine stanno il Passo delle Erbe e una catena dolomitica sormontata dal Sass Putia. Mi ricorda molto il tratto intermedio della ultra di Davos, tra il 30 e il 40 (Filisur-Berggun); e come a Berggun, anche qui si volta a sinistra, prendendo, dopo qualche tornante poco corribile, una meravigliosa balconata quasi in piano, che in pratica sta poche centinaia di metri sopra il percorso già fatto, e porta al Rifugio Valcroce del km 33,5, fine della funivia, proprio sulla verticale di Bressanone; vi ha luogo l’ultimo cambio delle staffette. Fantastico bere l’acqua dai ristori dove la prelevano direttamente dal ruscello, ovvero dalla sorgente della celebre acqua Plose (la più leggera d’Italia, che sgorga a 7 gradi): in una certa Verpflegungstelle, le addette hanno tutte e tre occhi di un meraviglioso color cobalto, che ti confortano in vista degli ultimi 9 km. Le spugne però sono riciclate: io vorrei solo bagnare la mia, ma un’addetta me la prende, la getta nella tinozza comune e la cambia con un’altra, bella larga fresca: “E se ho l’Aids?”, chiedo; “Tu proprio non kredo”, asserisce arrotando perentoria le R. Comincia il tratto di solo sentiero, in piano per 5 km (anche con un paio di nevaietti), poi con una pendenza che dopo i 2085 dell’Ochsenalm (“il Pascolo dei Buoi”, km 39) in due km ti fa salire ai 2486 del Tavolo Panorama alias Monte Telegrafo: ultima crudeltà, nella quale noi poveri maratoneti “interi” veniamo infilzati non solo da qualche SchutzStaffel fresca (gehen sie, bitte!), ma persino da mature signore con bastoncini da walking (vietati a noi). Mentre vado su ai 10-11 a km, facendo i confronti con la morena tremenda della Jungfrau (più facile!), rifletto sulla falsità dei 1890 metri di dislivello dichiarato: quella è solo la differenza tra le altitudini di partenza e arrivo, ma non tiene conto (diceva Mogol) delle discese ardite e le risalite, e nemmeno delle buche più dure, che sulle nostre gambe pesano, e ad esempio vengono conteggiate sia al Bianco sia alla Jungfrau. E poi, la distanza finale che il mio Gps indica sono 42,600, cui va aggiunto il dislivello: per dare un’idea, esattamente un anno fa a Zermatt il Gps segnava 41,300, due settimane fa a Suviana 41,150 (strumenti come il mio riportano le distanze in piano, ma la salita è più lunga!). Ma forse, coi dati esatti al centimetro, ci saremmo spaventati troppo: e se la proiezione a 2/3 di gara mi prometteva un finale sulle 5h10 (grosso modo in linea coi tempi degli ultimi anni al Ventasso e alla stessa Jungfrau), ci metto invece un’ora in più; e non è neanche una prestazione disastrosa, se arrivo 125° uomo, quinto di categoria (su 9), e il mio intertempo nel tratto finale è il 115°. Questo di tanta speme oggi mi resta: arrivare sulle mie gambe, quasi correndo, a 2500 metri, senza salire sul carro né di vincitori come Lippi né di perdenti nati come Pistolone o Pistolino, e restare a corto di fiato solo di fronte al panorama che si apre sul lato opposto a Bressanone, le Odle e la Cima Dieci soprattutto, a lasciarci intuire là dietro la Val Gardena, Marebbe, la Pusteria… Medaglia di plastica, non troppo appariscente; speaker donna, bilingue, simpatica e poco incline ai commenti pseudo-spiritosi che imperversano in bassa valle; doccia in quota, unica ma confortevole; possibilità di ulteriore pasta party (gratis per chi non l’ha fatto la sera prima), davanti a maxischermo sintonizzato sulla Zdf tedesca, dove (mentre arrivano prima la collega Alessandra poi la moglie Daniela, dietro cinque tetesche ti Cermania tutte in fila) assistiamo in compagnia di atleti crucchi al “nostro” trionfo contro il papà dei tanti Dieghi Armandi sparpagliati sotto il Vesuvio, uno che non aveva bisogno di Zanetti, Cambiasso e Milito, e neanche di pagare le tasse. Carinissima persino l’autista indigena del bus “Pizzinini” che fa la spola tra il rifugio Plose e la funivia, mentre per la discesa finale profittiamo del passaggio di Giorgio, volontario del soccorso alpino che torna in città “a fare il nonno” (“ma non lo dica!”). Se non ci tornerò, sarà un peccato.
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