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Ultramaraton man - Confessioni di un corridore estremo PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabrizio Sandrelli   
marted́ 27 luglio 2010
Dean Karnazes Ultra Marathon Man. Confessioni di un corridore estremo, Milano, Piemme, 2007. Seconda edizione.

Ho letto il libro-confessione di Dean Karnazes tutto di un fiato, come se fossi impegnato in una corsa veloce e coinvolgente. Uno dei pregi migliori di questo libro  credo sia proprio la capacità di appasionare il lettore e di incuriosirlo, di trasmettergli, almeno in parte, lo stesso entusiasmo e gli stessi stimoli che sembrano animare l’esperienza dell’autore senza scadere nel narcisismo o nell’autocompiacimento.  La ricetta di Karnazes per avere successo nella corsa come in qualunque altro campo d’interesse sembra all’apparenza, abbastanza semplice: corri con il cuore, ci dice, e ricorda che ogni cosa che abbia un qualche valore nella vita costa sacrificio, impegno e anche dolore. Per questo, aggiunge l’ultramaratoneta greco-americano, la corsa non è mai “divertente” ed è un’esperienza che assorbe l’individuo in ogni sua fibra e in ogni sua dimensione, fisica, emotiva e mentale, mettendone a dura prova la volontà, la pazienza, la perseveranza e la capacità di trascendere i propri limiti. Proprio quest’ultimo aspetto del libro mi sembra il più interessante e ricco di suggestioni.

A stupirmi e interessarmi non sono stati tanto i resoconti delle imprese compiute da Karnazes alla Western States, alla Badwater Ultrmarathon, alla maratona del polo sud o in occasione di una corsa californiana di oltre 300 km. Più di questi racconti (pure appassionanti, ricchi di episodi non banali ed estremamente vivaci) mi ha coinvolto la motivazione che, a un certo punto della sua vicenda, ha spinto Karnazes a “rinnegare se stesso”, le proprie abitudini sedentarie, il proprio stile di vita per diventare, in un certo senso, un altro uomo, un uomo migliore (a quanto egli afferma) attraverso la pratica sportiva, seguita e curata con un impegno che credo non sia esagerato definire “religioso”. Quella corsa notturna (che avviene in una specie di “notte del destino”) compiuta da Karnazes nel bel mezzo della festa di compleanno per i suoi trent’anni assume infatti il significato di una vera e propria purificazione, di una rinascita fisica e quasi “spirituale”: un’esperienza  che – credo – sia comune a molti altri che hanno scoperto nella corsa, come in altri sport, una strada a una vita migliore, più equilibrata, più sana, più completa. E in altro punto del libro, Karnazes parlerà della dura esperienza della Western States (un’ultramaratona di 160 km), nei termini di una “metanoia”, di un cambiamento profondo  di mentalità e di personalità: “l’esperienza della Western States mi aveva cambiato per sempre. Tutto assunse un nuovo significato. Divenni più sereno, come se avessi finalmente messo a fuoco ciò che conta nella vita.” (p. 158). Il fitness, il benessere psico-fisico, dunque, come nuova religione laica dell’uomo postmoderno? Il discorso sarebbe molto complesso e forse non è questa la sede per approfondirlo. Di certo, Karnazes (il quale dichiara di non credere all’immortalità dell’anima) si presenta come uno dei missionari di questo culto del benessere e degli sport estremi di cui il suo libro rappresenta una sorta di vangelo. Insomma, dalla confessioni di Sant’Agostino a quelle di Karno, “all night runner”, la storia è sempre quella di una conversione, di un’illuminazione (nel caso di Agostino rappresentata dalla fede e dalla grazia, in quello di Karno, più modestamente, dalla corsa) in grado di imprimere una svolta alla propria esistenza e al proprio modo di vedere il mondo. Credo anche che il libro di Karnazes sia profondamente americano, in quanto esaltazione del “self-made man”, dell’eroe virile, coraggioso e solitario alla Jack London e di valori come l’etica del lavoro (Karnazes ripete più volte che la sua passione della corsa non ha mai interferito con i suoi impegni professionali), dell’amore per la famiglia (l’autore ha cura di rappresentare se stesso come un marito amorevole e un buon padre di famiglia, oltre che come superatleta) e dell’altruismo (molte delle imprese di Karnazes sono state compiute per raccogliere fondi a scopo di beneficenza). Un’altra caratteristica tipicamente americana del libro credo sia l’ossessione del tempo ben impiegato (“time is money”), dell’attività costante (oltre alla corsa, Karnazes pratica altri sport come il windsurf e il ciclismo) e senza tempi morti; non a caso, Karnazes dichiara di aver concepito gran parte del testo durante i suoi allenamenti e nel corso dei suoi viaggi. Il libro tuttavia, non dà certo l’impressione di essere stato scritto frettolosamente ma sembra, invece essere stato sottoposto a un attento lavoro di revisione e di “editing”. Tanto che non manca neppure una parte dedicata alla particolarissima dieta seguita dall’ultramaratoneta sia nel corso degli allenamenti che durante le sue imprese.
In sostanza, le confessioni autobiografiche di Karnazes, rappresentano per chiunque sia interessato alla corsa e allo sport in generale, una lettura godibilissima (anche se certe “americanate” potranno forse suscitare qualche perplessità nel lettore europeo) oltre a costituire un documento interessante su alcuni aspetti della sensibilità e dello spirito del nostro tempo. Un tempo in cui l’uomo sembra alla disperata ricerca di stimoli e di oggetti dì amore (in questo caso lo sport, l’esercizio fisico estremo, la ricerca esasperata delle proprie potenzialià) che lo gratifichino e diano significato a un’esistenza sempre meno autentica e sempre più “alienata”.

Fabrizio Sandrelli

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Ultimo aggiornamento ( marted́ 27 luglio 2010 )
 
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