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Courmayeur-Chamonix, 27-29 agosto: 8° Ultra Trail du Mont Blanc
I conti quasi perfetti di Madame Poletti Il cuore d’oro di Alessandro Moro
Senza averlo voluto, mi trovo anch’io tra i 1127 classificati nell’edizione più terribile di una gara che già di per sé stessa è la più dura d’Europa! Ho il mio bravo giaccone che mi dichiara “finisher”, sebbene per chiudere questa UTMB abbia faticato “solo” 21 ore e mezzo, cioè la metà del tempo che ci avevo messo nel 2008. Nessun inganno: per chi non sapesse come è andata (perché i mass-media italiani ne hanno parlato pochissimo), dirò che l’UTMB di 166 km è stata sospesa dopo 30 km, il TDS di 110 km (cui ero iscritto io, per la novità del tracciato, dopo aver concluso due volte la gara lunga e una volta questa, ma in senso inverso) non si è svolto; la CCC (cioè la gara ‘corta’ di 98 km) è stata sospesa dopo 80 km, ma permettendo ai 444 che erano già transitati di raggiungere il traguardo di Chamonix e venir classificati. Per gli altri, cioè gli orfani parziali dell’UTMB e quelli totali del TDS, c’è stata la possibilità di cominciare o ricominciare da Courmayeur il giorno dopo (sabato 28, alle 10.15), ricalcando all’incirca il tracciato della CCC, con un taglio nella parte iniziale che ci ha portato a percorrere, grosso modo, 90 km con 5600 metri di dislivello in salita e 5800 in discesa. Insomma, non una passeggiata. Il merito di questo, che vorrei definire ‘salvataggio’, di fronte a condizioni climatiche proibitive (aggravate, sembra, da uno sciagurato intervento umano, come dirò), va alla perfetta organizzazione dell’UTMB, capeggiata da una donna, Madame Catherine Poletti: chiaro cognome italiano, e grinta che ricorda quel Fabrizio Poletti da Bondeno, terzino di Torino, Cagliari e Sampdoria, protagonista del leggendario Italia-Germania 4-3. Occorreva fare scelte tempestive salvando anzitutto l’incolumità dei 5000 partecipanti alle varie corse, e – in secondo luogo – quel che si poteva della corsa. Qualunque decisione presa sarebbe stata criticata, ma d’altra parte la tragedia dell’ultimo Mercantour ha reso tutti più prudenti: meglio arrivare senza danni alla fine di 90 o 98 km, che tentarne 166 lasciando qualche cadavere nei burroni.
Dunque, la signora Poletti ha fatto bene i suoi conti, e noi dobbiamo esserle grati, sia pur non condividendo all’estremo tutto quello che ha deciso. Ma dopo di lei io devo ringraziare la seconda persona citata nel titolo, senza la quale ben difficilmente io o mia moglie saremmo riusciti ad affrontare la gara in condizioni ottimali: e mi riferisco al gestore dell’Hotel Aigle di Courmayeur, che pur registrando il tutto esaurito ha trovato ugualmente il modo di ospitarci nella lunga notte intercorsa fra la consegna dei pettorali (ore 18 del venerdì), l’orario ufficiale di partenza (mezzanotte) e quello effettivo, ed ha poi festeggiato insieme a noi il felice esito della vicenda. Sono quattro anni che corriamo l’UTMB, e Alessandro Moro (milanese d’origine e valdostano per vocazione, conosciuto in occasione del primo Gran Trail della Valdigne nel luglio 2007) è sempre stato il nostro punto di riferimento e – direi anche – il portafortuna. Caso mai tornassimo da quelle parti (ogni anno dichiaro che è il mio ultimo UTMB…), sarebbe autolesionistico non fermarci. Avevo detto, nel 2009 dopo il TDS, che non volevo più chiedere niente a questo evento, e a principio 2010 avevo lasciato passare il giorno delle iscrizioni: poi, un email di Madame Poletti mi avvertì che il tracciato del TDS era stato invertito, eliminando cioè l’arrivo a Cormayeur che era in effetti molto anonimo, e portando anche noi a concludere nel leggendario “Triangolo” di Chamonix: dopo una partenza da Courmayeur, un Piccolo San Bernardo fatto come antipasto, il terribile Pralognan in mezzo, e una seconda metà della gara, dal Bonhomme in avanti, che veniva in parte a coincidere col tracciato dell’UTMB, seppur all’incontrario. A questo punto era venuta la scelta di partecipare ancora: madame Poletti ci aveva sedotto di nuovo! Eccoci dunque al venerdì 27, quando i 1500 della CCC prendono il via da Courmayeur, stesso luogo dove noi italiani arriviamo invece per ritirare il pettorale e gli altri adempimenti necessari (come il famoso braccialetto elettronico che ci viene piombato al polso e non ci potremo mai togliere!). Altri ritirano il pettorale a Chamonix, e vengono poi trasportati in Italia da una fila continua di pullman attraverso il tunnel del Monte Bianco (già intasato per conto suo: due ore di attesa, e casello autostradale di Courmayeur sud temporaneamente bloccato alle 17). La prima avvisaglia di disgrazie era però arrivata al mattino presto, sotto forma sia di email sia per sms (bisogna dire che la comunicazione degli organizzatori, affidata a un’altra signora Poletti, Isabelle, ha funzionato quasi alla perfezione, contribuendo grandemente a ridurre i disagi): attenzione, ci veniva detto, sono previsti pioggia e vento freddo, quindi attrezzatevi di conseguenza. Verso le 19 comincia a piovere, di qua come di là; alle 22.20 ecco un altro messaggino per noi del TDS: partenza rinviata di almeno tre ore! Immagino i problemi dei tanti che già si aggirano per Courmayeur nei pressi del via; noi, per fortuna, abbiamo finito una cena all’Aigle, a base di mocetta, lasagne, trote di Val Ferret, che non teme il confronto con la vicina Maison de Filippo, e ci siamo accomodati sul divano ad assistere alle disgrazie dell’Inter. Ma il gestore Alessandro capisce i nostri problemi, col restare lì fino alle 2 almeno, e nell’attesa ci offre l’unica camera disponibile in hotel: la sua! Non ce la sentiamo di rifiutare e ci accomodiamo su due letti; ma alle 2.15, quando è ora di uscire (sotto l’acqua), arriva un altro sms: sospeso l’UTMB, annullato il TDS, ci sarà una nuova partenza da Courmayeur alle 10, su un tracciato simile alla CCC (che nel frattempo viene pure sospesa, come detto), cui potranno accedere gli orfani del TDS e i recuperati dell’UTMB, in numero non superiore a 1000, con partenza dei pullman da Chamonix dalle 6.30. La sospensione dell’UTMB è determinata non solo dalla pioggia (che ha compromesso, viene scritto sul sito, il transito al confine franco-italiano del Col de la Seigne, sommerso da un’ondata di fango), ma anche dall’asportazione dolosa di tutte le frecce segnaletiche (le “balises” catarifrangenti) nella zona del col du Bonhomme: frecce che non è possibile reimpiantare, perché il maltempo impedisce agli elicotteri di arrivare in zona. Su chi sia stato a portar via le segnalazioni, c’è un forte sospetto: anche a Courmayeur era stato distribuito un volantino, firmato da una sedicente “Collettiva Ultra-Siesta”, secondo cui l’UTMB “è l’esprezione della competizione a qualle la società attuale si consegna per l’acquisto e il possesso di sempre più dei beni materiali troppo spesso superfluo”. Cosa voglia dire questo delirio sgrammaticato, lo lascio indovinare; ma purtroppo non è solo folclore, dato che poi minaccia: “noi ci scusiamo per qualcuni azione ambientamente e umaniste derisorie”. Stupidità criminale (far perdere della gente su alte montagne, nella bufera?!) su cui spero che la polizia francese sappia mettere presto le mani; e poi lasceremo che gli “intellos” se la prendano con quel brutalone di Sarkozy, purché picchi sodo. Dal lato sportivo, si può solo immaginare (e poi ci verrà ricostruito dai reduci, durante la gara del sabato) l’immane impresa di recuperare 2300 persone, nella notte, riportarle a Chamonix con bus e treni speciali, trovare un riparo per la nottata, e condurne infine una metà in Italia per il nuovo via. Con qualche italiano abbiamo rievocato la sospensione (in territorio nostro) del Cromagnon 2008, quando ci venne detto di tornare indietro con le nostre gambe, tra la neve, senza uno straccio di ristoro; e arrivati a Limone Piemonte, aspettammo per ore i nostri ricambi. Poi qualcuno dice che sono esterofilo. Splende il sole su Courmayeur poco dopo le 10 di sabato, quando ripartiamo noi dalle scarpe pulite e dai visi un po’ più freschi (l’Aigle non ci ha negato una sostanziosa colazione), misti ad altri con le scarpe infangate della sera prima. Optiamo per vestiti leggeri, ma le previsioni meteo sono ancora cattive, e i nostri zaini obbligatori contengono quanto speriamo possa bastarci. Quanto al percorso, purtroppo 3 km di strada non bastano a scremare il gruppo, e quando comincia il sentiero per il rifugio Bertone (la prima ascesa sopra i 2000 metri), si marcia perlopiù incolonnati. Sarebbe stato forse meglio ricalcare, anche qui, il tracciato della CCC, che prevedeva circa 7 km di strada prima di inerpicarsi per sentiero: ma suppongo che gli organizzatori abbiano avuto le loro buone ragioni (impraticabilità?), allo stesso modo che più avanti, in territorio svizzero verso Praz de Fort, ci eviteranno la pericolosa cengia oltre il torrente Dranse, dirottandoci su una tranquilla stradetta asfaltata. Si rifaranno poi sempre in Svizzera, prima deviandoci dalla bella discesa del Col Ferret per obbligarci al passaggio da quel merdaio di La Peule, reso ancor più impraticabile dal fango; poi intorno al km 70, dove la discesa da Catogne a Vallorcine sarà fatta non sul tranquillo Col de la Balme ma attraverso l’inedito Col de Posette, un insieme di sassi e terra appiccicosa in forte pendenza, dove ad ogni passo non sai se scivolerai o la scarpa resterà piantata nella melma. Questo per dire che non è stata comunque una passeggiata; tanto più che non ci viene risparmiato il lungo altipiano tra la Tete aux Vents (una salita di circa 1000 metri, introdotta dal 2008, laddove prima si svoltava a sinistra arrivando in breve al traguardo) e la Flegère, una tortura per tutti, tanto più che alla mia altezza la si fa al buio. Di meglio, rispetto alle precedenti edizioni, ho invece potuto gustare tanto il nuovo sentiero “dei funghi” tra Issert e Champex, poi la tremenda salita Champex-Bovine, spauracchio di tutti i partecipanti: siccome ci si vedeva ancora, sono stato aiutato nel guadare i tanti grossi torrenti della parte finale! In cima a Bovine invece era già notte, e lo sguardo spaziava da un meraviglioso stellato con mezzaluna, le due Orse, Orione e un pianeta luminosissimo (Venere o Giove?), fino alla pianura, verso Martigny. Bel tempo che ci ha accompagnato fino al traguardo: ma che freddo! Del resto, impeccabile l’organizzazione, perfetti i ristori (negli ultimi, ci siamo attardati forse un po’ troppo, anche mezz’ora o più, specie a Vallorcine dove verso le due di domenica c’erano parecchi italiani), e incredibile il calore del pubblico a Chamonix, dove sono arrivato prima delle otto. Un fuori-programma mi aspettava al ritiro della borsa coi ricambi, dove il mio sacco non si trovava: tre ore di ansia, seppur con la possibilità di fare la doccia e rivestirmi con indumenti procurati dal responsabile di settore, Jean Michel Bouteillè. Poi arrivava il sacco (l’aveva ritirato per sbaglio la figlia di un’altra atleta), e tutto finiva in gloria. Tra i “grandi”, doppietta inglese, con le vittorie di Jez Bregg in 10 ore e mezzo e, tra le donne, di Lizzy Hawker in 11.47. Lo spagnolo Kilian Jornet Burgada, vincitore delle ultime due edizioni, e in testa alla sospensione, non aveva ripreso la gara; l’altro favorito, il nepalese Dawa Sherpa più volte piazzato, dopo essere stato in testa era crollato finendo solo 11°. Primo italiano, Gustavo Sangiorgi, 47° in 13.08; tra quelli con cui ho scambiato qualche chiacchiera in gara, il parmigiano Fabrizio Foglia (Casone Noceto), al suo esordio qui, mi è arrivato cinque minuti dietro. Ho potuto salutare solo alla fine la bella ceco-austro-altoatesina Martina Juda, che fino a La Fouly mi stava dietro e poi ha concluso, 25a donna, in 17 ore e mezzo; mentre la prima italiana, la ligure Francesca Gualco, era arrivata 17a in 16.22. Ci torneremo ancora? All’hotel Aigle, certamente!
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