Crevalcore, 6 gennaio 2012 – 1a maratona di Crevalcore La Bassa fa le cose per bene La nascita di questa maratona, se la memoria non mi inganna, deve essere simile a quella di S. Silvestro a Calderara (non a caso le due gare sono abbinate e lo staff organizzativo in parte coincide). La prima maratona dell’ultimo dell’anno a Calderara si svolse nel 2001, venendo allestita quando si seppe che la maratona di Assisi (che negli ultimi due anni aveva caratterizzato il San Silvestro) aveva dato forfeit, e lo stesso era accaduto per una maratona, mi pare a Beirut, che il povero Govi da Albinea aveva scelto per poter battere chissà quale suo record. Si mobilitarono allora i “supermaratoneti”, l’ “Omone” Gianfranco Gozzi si commosse concedendo il bis rispetto alla maratona “vera” di Calderara o dei Tre Comuni, svoltasi due mesi prima (anche in quel caso, nata a supplire la maratona di Bologna che aveva chiuso bottega). Govi potè battere il suo record, anche se (ricordo personale di un testimone oculare) al penultimo giro tentò di svoltare verso il traguardo; ma non aveva al polso abbastanza elasticini (i chip di allora), e venne costretto a farla tutta (se la cavò con la frase storica rivolta ai giudici: “volevo vedere se eravate svegli”). In questo inverno, era capitato il forfeit di un’altra maratona, diciamo così, per patiti: quella sul Brembo nella bergamasca, un circuito addirittura di due soli km da rifare a capogiro, che seppure osannato da certi settori (il mio, no di sicuro) si era ridimensionato a distanze più brevi: dunque, i supermaratoneti rischiavano una Befana di disoccupazione! Non sia mai: ecco allora la premiata ditta Gozzi-Bernagozzi-Accorsi-Barchetti intervenire e, 55 giorni prima del lieto evento (esattamente l’11-11-11) emanare il comunicato-stampa che annunciava tutti i dettagli del lieto evento, compresa l’inclusione in un trittico di subitanea ideazione (due maratone e un ultratrail in 16 giorni, cosa volete che sia?), e la giunta, a Crevalcore, di un 5000 e un 10000 per quei cacciatori di premi ben descritti da Andrea Accorsi nell’ “Ultimo fiato”.
Insomma, dopo esserci divisi, il 31 dicembre, tra Crevalcore (i “normali”) e Calderara (i “super”), per la Befana 2012 a Crevalcore si trova tutto il meglio: non nel senso dei coloured che vengono in scarpette a lucrare i loro svalutati euro settimanali, e neanche dei maratoneti italiani di serie C, che a Londra o Berlino non ci vanno, ma a Vattelapesca sì perché gli basta 2h 30 per arrotondare lo stipendio: e in questo giorno vanno ad Alghero, “la più grande maratona della Sardegna”, internazionale, con 25 mila euro di premio (da dove vengono? Un sospetto ce l’avrei), dove arriveranno al traguardo in ben 118, il primo in 1h 37 e l’ultimo in 3h38, altrocché keniani alle maratone di Berlino o Boston! Noi a Crevalcore ci contentiamo della prima scelta del podismo nostrano: occhio e croce siamo in 400, di cui più della metà per i 42 km: una volta tanto, non a circuito, ma due giri da 21 nemmeno uguali (dato che il primo giro comincia con una specie di periplo delle mura e ripassaggio dalla partenza, e il secondo stando ai Gps è un pelino più corto). Usciti da Porta Modena (lo sapete che il centro di Crevalcore è bello e ben tenuto?), si fa un km sullo stradone, poi a destra verso la Bolognina, con due sorprese prima di raggiungere il traguardo volante: il primo (veramente, unico) spugnaggio, che ripresenta le inimitabili spugne di Castello d’Argile, e soprattutto, calde! E ristoro musicale, circa al km 5.5, all’interno del suggestivo castello dei Ronchi: prima puntata di un itinerario scaturito, direi, anche dall’amore di patria. Mi piace meno il traguardo volante in memoria dei caduti nel disastro ferroviario: me lo aspettavo dentro il paese, il più vicino possibile alla stazioncina sede del dramma; invece è una specie di gran premio della montagna, in cima al cavalcaferrovia che all’epoca dell’incidente credo non esistesse nemmeno. So che in paese si doveva svolgere un’altra celebrazione, e forse non si è voluto intralciarla; ma, dato che comunque la corsa transita per il centro, tanto valeva mettere il t.v. al punto giusto e non a un anonimo km 6,900. In ogni caso, quando ci passo io, il gonfiabile è la classica cattedrale nel deserto, senza uno straccio di spettatore, e quando ci ripasseremo meno di due ore dopo sarà già stato smantellato. La strada prosegue verso nord-est, tra folate di vento contrario che rendono limpidissima la vista sulle Alpi veronesi e lombarde, fin oltre il km 10; poi quasi inverte direzione immettendosi sulla provinciale per Crevalcore, in vista del trittico innevato Cimone-Cusna-Succiso. Il traffico è scarsissimo, e presto diventa zero quando ci immettiamo su una stradetta per Cento, e poi su due tratti sterrati, molto piacevoli (anche perché ogni tanto spunta una chiesetta, una cappellina, un villa con parco, una vecchia sapiente casa colonica). Qualche problema atletico nel tratto che porta verso il ristoro del km 15 (quasi di fronte ai Ronchi, ma di qua dalla ferrovia), esattamente nella direzione contraria al vento (e nel secondo, circa al 35, il vento sarà ancora più forte). Secondo giro, dunque, un po’ più sofferto, fatto salvo l’apparire di due cani maratoneti: uno, bella bestia dal pelo marrone, legato a un uomo, è un po’ indisciplinato, va in tutte le direzioni, finché il padrone lo slega e lascia libero di andare dove vuole: ma non sfrutta troppo la libertà, e ogni mezzo minuto si volta a guardare dove sta il padrone. La seconda è una femmina dalmata, si chiama Chicca (e la sua padrona è una faentina che chiamano Silvia, ma dall’ordine d’arrivo risulta Pasqua), ogni tanto pare lamentarsi ma, rincuorata, tiene duro. Colore a parte, è uguale alla cagnetta di mia figlia con cui mi alleno sui colli bolognesi negli intervalli dal lavoro: mi aspetterei che a un certo punto si piantasse pancia a terra senza più muoversi, e invece sa soffrire di più e addirittura sul traguardo si permetterà di battermi! Medaglia davvero unica: un cuore a tre strati di stoffa tricolore, sembra tutto fatto a mano, e ‘moralmente’ vale più di tante medaglie industriali che affollano le mie scatole di scarpe in solaio. Pacco gara pesantissimo (e poco male se invece del vino promesso dal programma c’è una risma di detersivi); negli spogliatoi (per fortuna, i bagagli incustoditi ci sono ancora tutti) una atleta di Pegognaga dalle sporgenze anteriori decisamente ridondanti lamenta che le canottiere tecniche siano troppo strette (anche la mia non le va bene). Un altro fa del terrorismo dicendo che le docce sono fredde, cosa che non risponde a verità: diciamo che la mia è tiepida, e si scalda decisamente quando vi si materializza una maratoneta vietnamita che ‘per sbaglio’ sta volentieri negli spogliatoi maschili. Viene in mente la doccia a Bühlertal nella Foresta Nera, stanzone unico per gli uni e le altre, e due giovanissime stupende tedesche si misero comode, facendo scappare Govi che di certe foreste nere ignorava l’esistenza. Ritrovo finale alla pizzeria Lanterna, duecento metri dal traguardo, per il buono pasto compreso nella quota d’iscrizione: a scelta, una lasagna (con servizio decisamente più veloce), o una enorme pizza, più mezzo litro di birra o altra bevanda, più caffè, serviti da cameriere oltre tutto carine. Direi che sia andato tutto bene. Chi trovasse questo provinciale e poco esotico, può accomodarsi, due giorni dopo, alla maratona di Ragusa: iscrizioni scontate o anche gratis, benefit in serie, per assommare in tutto 43 arrivati. L’erba delle nostre valli è molto più verde. La classifica la trovi qui .
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