Login

Entra
 
Home arrow Dal fronte... arrow Cortina d’Ampezzo 29-6-12: 6a Lavaredo Ultra Trail arrow Non si uccidono così anche i cavalli?

Benvenuti

Benvenuti su Nati Per Correre! Crediamo nella corsa come stile di vita e ci incuriosisce il mondo che la governa.

"Non siamo nati per camminare o per stare fermi, siamo nati per correre..."

Nature - Daniel Lieberman e Dennis Bramble

Non si uccidono così anche i cavalli? PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Marri   
mercoledì 04 luglio 2012
Cortina d’Ampezzo, 29-6-2012: 6a Lavaredo Ultra Trail – 1a 120 km
Non si uccidono così anche i cavalli?

L’avevo detto solo a pochi amici, e me l’ero sognato più volte di notte, fino al punto di chiedermi se vale la pena passare quattro mesi (dopo l’iscrizione) nell’ansia crescente di una prova alle soglie dell’impossibile. Tacitavo la coscienza con la promessa che sarebbe stata l’ultima prova estrema della vita; lo diceva anche mio figlio (che ormai, vista l’età del padre, comincia a pensare all’epoca che dovrà farmi da tutore): come podista, dopo 243 maratone e 26 ultra (di cui quattro Ultratrail del Bianco), senza mai un ritiro, non devo dimostrare più niente a nessuno.
Tranne, forse, a me stesso: ogni giorno un capello bianco in più, ogni anno mezzo minuto in più per andare al lavoro in bicicletta, e un chilo in più sulla bilancia… insomma, cimentandomi in certe co(r)se cerco se si possono allontanare un poco gli anni bui, “la detestata soglia” della vecchiaia secondo Leopardi. Niente di meglio, allora, che questa garona al suo esordio nello scenario di Cortina (finora, si svolgeva attorno ad Auronzo per una lunghezza massima di 87 km).
Le iscrizioni 2012 sembrava che scadessero alla fine di febbraio: sciolte le ultime resistenze mentali, mi collegai col sito il 29 (ricordate quanta neve era caduta, che non si correva da un mese?), imbattendomi però nella scritta di chiusura già avvenuta il 28. Era però un errore o un bluff, e infatti pochi giorni dopo, fornite le credenziali richieste (i cosiddetti “punti”, che per ora possiedo ancora; anzi, se si potessero vendere come le quote-latte farei un bel po’ di grana) e sganciati gli 80 euro più l’esosa cresta per la riscossione (impossibile pagare per posta!), mi sono trovato, al pari della monaca di Monza, iscritto per sempre.
Trovato un albergo convenzionato (non tanto per il prezzo, ma almeno per la possibilità di rilasciare la camera nel pomeriggio del dopogara: notare bene che dei due pernottamenti pagati, quello del venerdì l’avrei fatto scorrazzando su per i monti!), eccomi a Cortina il pomeriggio di venerdì 29: parcheggi tutti a pagamento salvo andare a casa di Dio (tanto, chi sta a Cortina può anche pagare 1000 euro al giorno che non se ne accorge nemmeno), ritiro pettorali senza problemi ma con severo controllo del certificato medico e dei materiali obbligatori per la sopravvivenza in alta montagna; pasta party modesto ma con birra compresa: e la birra, distribuita senza risparmio, caratterizzerà tutti i ristori dell’ultratrail (comparirà persino del vino!).
Un’ora di sonno, assunzione di una pastiglia di Saridon per il mal di testa che sta arrivando, mezzo metro di cerotti a fasciare tutto il fasciabile dei piedi, scelta difficile del vestiario (manica lunga, corta, impermeabile, pantaloni sgambati, ciclistini, fuseaux, calze lunghe o corte… ecc.), e dei cibi da portare con sé nello zaino (uvetta sì, albicocche no perché pesano troppo); pomate, spille (quelle dell’organizzazione verranno dalle fabbriche più economiche della Cina, si piegano anche ad attaccare il pettorale). Finalmente, verso le 21 cioè a un’ora dal via, si torna al ritrovo, palestra auguralmente collocata di fianco al cimitero.
Si può consegnare uno zaino coi materiali di ricambio, destinati al km 49 del rifugio Auronzo, dopo 2800 metri verticali, e dove è prescritto di arrivare entro 12 ore e mezzo (secondo cancello). Ci metto un po’ di tutto, comprese scarpe di riserva (parto con le Mizuno già provate alla Abbots, spedisco le Salomon del Malandrino: tutta roba da 60 euro, lasciamo quelle da 200 ai super).
Soliti preliminari, passerella dei campioni - o più che altro degli sponsorizzati-, che seguo molto da lontano, facendo stretching su una panchina; partenza alle 22 sulle note dell’Estasi per l’oro di Morricone (tanto per cambiare un po’ rispetto a Vangelis o Springsteen o Queen). Siamo in 591; domani partiranno altrettanti, o più, per la “corta” sui 46 km. Se la nostra, per pochi km, non è la più lunga in Italia (la Abbots ha 5 km in più), si annuncia come la più dura, e non è casuale il gemellaggio, a partire dallo sponsor, con la UTMB. L’altimetria fa paura, e il peggio comincia al km 80, presumibilmente (per i comuni mortali) da fare di notte e su sentieri indicati come pericolosi…Vabbè, mi ridico che per me è l’ultima gara del genere.
Dopo 3 km conviene già sfoderare i bastoncini; ma il primo colle, dopo 8 km e 600 metri di salita, è robetta da fare in allegria, come il secondo, la Forcella S. Forca a 2100 metri, dopo altri 17 km con 900 metri verticali. Notte stellata, sentieri bellissimi, discesa all’Hotel Cristallo dopo 33 km (sulla strada di Misurina), con un cancello posto alle 8 ore, superato con largo margine. Ristoro abbondante, come sarà sempre (e voglio rimarcare la freschezza dell’acqua, in ogni luogo, ma anche il tè caldo, e le belle simpatiche addette); siamo tutti allegri, per il momento, anche nel cominciare una salita non durissima (sebbene fangosa) verso il rifugio Città di Carpi, che però non toccheremo, venendo instradati su un sentiero in leggera discesa che ci conduce al lago di Misurina, dopo circa 42 km.
Le segnalazioni (fettucce e catarifrangenti) sono in genere sufficienti, ma mai troppe: proprio qui devo richiamare un gruppo di tedeschi e italiani che mi aveva superato, avviandosi però ad un bivio verso sinistra mentre bisognava tenere la destra in leggera salita. Mi ringrazieranno, ma mi passeranno di nuovo e nella classifica finale li ritroverò tra una e due ore davanti…
L’alba mi coglie al lago di Misurina, da cui si leva una nebbiolina sottile; sopra, l’enrosadira delle Dolomiti. Poi sono i primi dolori, con la salita al rifugio Auronzo, che mi ricorda quella alla Kesch Hutte di Davos (ve la ricordate, Emiliano e altri amici mantovani?), però pendente il doppio. Ci arrivo con 3 ore di margine sul cancello, c’è tutto il tempo per cambiarsi qualcosa dallo zaino prontamente offerto, di fare colazione, di usufruire degli ottimi bagni. Insomma, faccio la sosta più lunga di tutta la giornata, ben 38 minuti, ma non sono certo il più lento. Poi comincia il tratto paesaggisticamente più incantato, la salita alla Forcella delle Tre Cime, alta circa 2500 metri, quindi uno dei due punti più elevati del percorso, ma nemmeno troppo dura. Lo spettacolo continua nei quasi 10 km di discesa in territorio altoatesino, fino a Landro (in pratica, facciamo il periplo delle Tre Cime, e mi viene in mente il tratto svizzero della UTMB, tra il Grand Ferret e Champex). Da qui è quasi un falsopiano fino al km 66 di Cimabanche (tratto intermedio della Cortina-Dobbiaco); però comincio ad avvertire una certa repulsione a correre anche sulle salite leggerissime – mal comune ai compagni di corsa, più o meno quei 30 o 40 con cui ci ritroveremo da qui alla fine. Molti cominciano a meditare: ce la faremo?
In 17 minuti (comprensivi di riempimento di camel bag e borracce) decido di sì, e riparto, inizialmente sulla ex ferrovia per Cortina, ma uscendone dopo un km a destra per una strada bianca, anonima e mal segnalata (ci chiediamo se non abbiamo sbagliato, perdendoci magari qualche sentiero in deviazione), con “soli” 600 metri da salire, verso la Forcella Lerosa, e poi in discesa verso la Malga Ra Stua, km 77: immenso prato sotto un sole che picchia (è passato mezzogiorno da poco), dove i podisti in cerca di ombra si accoccolano sotto i tavoli del ristoro (piccola tenda, distante un centinaio di metri dal rifugio).
Tentazione crudele: il pullman dei ritirati è in partenza e si affolla in fretta; noialtri uomini duri ci diciamo che stanno per cominciare 3 km di discesa, poi 10 km di salita (1100 metri in verticale!), col prossimo ristoro solo tra 18 km. Chi resiste, riparte: all’inizio, il paesaggio è di nuovo idillico: boschi, fontanelle, la severa roccia delle Tofane entro cui è scavato il sentiero, quasi in pari (bè, in pari, si fa per dire). Poi, si svolta a sinistra e ci appare una sassaia tremenda, bianca, infinita, la Val Travenanzes. Due addetti ci esortano a fare il pieno di acqua nel torrente, è buonissima, e più su non ce ne sarà tanta. “E’ quello là il passo da superare?”, mi chiede un giovane collega con voce spaventata. – Penso proprio di sì, è l’unico buco che vedo, salvo che non ci sia qualche galleria-, lo consolo.
Infiniti zig zag sulle sassaie e guadi di torrenti, finché si sale decisamente, verso le trincee e fortificazioni della grande guerra (direi che sia roba crucca), e si scollina alla Forcella Col de Bos, 2300 metri, quando ormai l’aria imbruna e i rifornimenti personali scarseggiano.
Per ingannare l’attesa del traguardo, quante cose ci si raccontano, mentalmente o anche muovendo le labbra, in 120 km ovvero 27 ore! Vedo formiche rosse sul sentiero, e subito spiego al mio nipotino Davide di tre anni che stanno mangiando gli alberi morti per farne nascere altri; vedo una cacca bovina bucherellata, e gli dico che sono le mosche che sono andate a succhiarci lo zucchero; vedo i rododendri fioriti, e gli racconto quando fotografai la sua mamma, bambina di sei mesi, tra i rododendri al colle San Carlo sopra La Thuile. Passiamo un prato gremito da asinelli che pascolano (sì!), e insieme gli carezziamo le orecchie, stando attenti che non ci sferrino un calcio con le zampe di dietro. E gli faccio notare come gli abeti rossi abbiano le estremità dei rametti più chiare, per le foglie appena nate: le bimbe delle foglie! Davide mi tiene compagnia, e un po’ mi inumidisce gli occhi, che ne hanno bisogno visto il sole della giornata.
Poi si fa buio, e la sua mamma me lo porta via, perché sarebbe troppo pericolo: eppure, c’è una luna che sembra quasi scaldarti, e mi viene in mente quando con la sua mamma aspettavamo, verso sera, che la luna accendesse la sua lucina, poi ci mettevamo a naso in su ad aspettare le stelle cadenti.
Finché Alzheimer non sopraggiunga, saranno questi ricordi ad aiutarmi a vivere. E a correre. Bella discesa su strada militare, persino con una galleria, ma ben pochi corrono ormai: mi fermo a bere a una sorgente cui è attaccata una canna di legno, e dopo 97 km arriva la statale del Falzarego, terzultimo ristoro; e altro carro-scopa che raccoglie gli ultimi desistenti (persino uno con la maglietta della UTMB che mi aveva passato una trentina di km fa). Ma dài, ne mancano solo 23,7 ! Mi incammino con una vecchia conoscenza di Viadana, Mario Vioni (che segue di poco un compagno di società, Giuseppe Ludi; mentre il terzo, Alfredo Panicali, se la prende comoda col “Rigoletto” Gianluca Fiasconaro: ma arriveranno tutti, come si diceva da queste parti: tutti eroi o tutti accoppati). Insieme raggiungiamo quello che dovrebbe essere l’ultimo scollinamento, il passo Giau (altri 600 metri in verticale, e mal segnalati; domani ci passeranno i ciclisti della Dolomites, 4500 metri di dislivello in tutto, poverini che fatica!!). Per noi, è tutt’altro che finita: il sadismo degli organizzatori ha deciso di farci gustare tutti i rifugi più lontani (Averau, e chi ti conosce? È il secondo punto più alto, intorno ai 2400 metri), e tutti i sentieri più malmessi della zona (ricca di stradine bianche e soffici), per ulteriori 7 km, fino al rifugio della Croda del Lago, ultimo ristoro a 2000 metri quando nuvole e vento freddo ci avvolgono, e il lago chissà dov’è. Per variare nella dieta chiedo un uovo sodo, oltre all’ennesima tazza di tè.
Sono le 11 della seconda notte, mancano solo 10 km di discesa, dici che ce la faremo entro mezzanotte? Macchè, la discesa è annunciata come “tecnica”, che tradotto in italiano vuol dire orrenda, e ha anche parecchia salita! Vado piano, ma più volte, tra una scivolata e una caduta, mi sfuggono parole di antichi dialetti berberi, tipo vff* o kzz*, più un’altra che suona “Prodi”, non si capisce se con la minuscola o maiuscola. Sarà forse perché al Falzarego mi sono imbattuto nel collega podista che vide l’insigne maratoneta (o un suo sosia, dissero gli avvocati difensori tra Carpi e Reggiolo) farsi aiutare alla 42 di Reggio da una macchina dei carabinieri.
Dopo 5 km di strazio (1 ora e dieci, peggio di me fa solo un giapponese che distaccherò di oltre mezz’ora), sembra finita, con le luci di Cortina lì attaccate. Macché: altri 3,5 km di una stradina bianca che si allontana, non senza altre salitine; e quando finalmente arriviamo alla strada asfaltata, che in meno di un km ci porterebbe in centro, gli organizzatori si inventano un andirivieni assurdo per un viottolo campestre che finisce in erba non falciata, poi un’altra strada bianca parallela alla prima ma in direzione opposta, chiusa da un paio di scalinate e da incroci poco segnalati (in uno, mi soccorrono i tedeschi che avevo riportato sulla retta via 80 km fa…). Avevate paura di farci fare dell’asfalto? Anche a Chamonix e Courmayeur non pensano sia un sacrilegio se finiamo un trail con una passerella sul corso principale; ma qui vogliono strafare, senza rendersi conto che il troppo stroppia e che così si uccidono anche i cavalli (ricordate il film di Peckimpah sulla maratona di ballo?). Qualcuno si giustifica con mancati permessi dell’autorità comunale: ah, il sindaco giovane e macho non ci vuole perché spendiamo meno dei turisti cui lui è abituato? Facciamo anche presto a cambiare sede…
Arrivo all’una e 24, risulto 282°: su 591 partiti ce la faranno 367, tra i quali voglio citare solo la siora Nadalina Masiero da Padova, fiscalista insostituibile sebbene in età di pensione, ma creatura passionale e capace di debolezze, come quando alla vigilia della gara ci confidavamo entrambi una semplice frase: “Ho paura”. E finisce sotto le 31 ore, contro il parere medico: noi nati a ridosso della guerra, siamo venuti una razza dura.
Intanto, al traguardo, nell’assenza generale di pubblico, c’è mia moglie, provvidenziale per guidarmi verso il cimitero (s’intende, lo spogliatoio): con le assurde giravolte di cui sopra avevo perso l’orientamento. Niente docce in loco: sono gelide, anche adesso che c’è un arrivo ogni quarto d’ora. Per fortuna, ho pagato l’albergo anche per un bagno caldo alle 2 di notte. A queste condizioni, non ci tornerò. Avanti un altro, io ho già dato.
» No Comments
There are no comments up to now.
» Post Comment
Only registered users can write a comment.
Please login or register.