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Un tempo, prima che esplodesse la mania del trail, dell’ultratrail e dello skyrunning, con la retorica stucchevole che ne è derivata (presunta monotonia della corsa su strada versus autentico “spirito trail”), si parlava soltanto di corse in natura o semplicemente di corse in montagna. Uno splendido esempio di questo’ultimo tipo di corse era la compianta Traversata del Baldo, 40 chilometri da Caprino Veronese (VR) a Brentonico (TN), o viceversa, lungo un percorso in cui l’asfalto si alternava allo sterrato e al sentiero. Poi la traversata, purtroppo, è morta nell’indifferenza generale e negli ultimi anni si è assistito, anche nel territorio montuoso tra Lago di Garda e Val d’Adige, al proliferare delle iniziative trail: dal “trail dell’Orsa” alla la “Baldo Trail Run”, passando per il “Trail della Speranza”. A quest’ultima corsa, cui avevo partecipato due anni fa, ho voluto ripresentarmi con la speranza (è il caso di dirlo) di ritrovare le buone sensazioni provate nel 2010.
Anche quest’anno il trail montebaldense, organizzato dallo stesso gruppo che allestisce la celebre montefortiana, partiva dal rifugio di Novezzina (quota 1300 mt.), sul versante occidentale del Baldo, ma non mancavano le novità rispetto alla prima edizione. Il percorso, infatti, è stato allungato a 25 km, inserendo alcune varianti che lo hanno reso più duro e che hanno interessato, soprattutto, la parte finale. La micidiale rampa di due anni fa è stata sostituita, difatti, da un lungo sentiero altrettanto ripido ma un po’ meno monotono ed esposto al sole. Notevole anche l’aumento dei partecipanti (280), con una piccola rappresentanza straniera (due olandesi e un greco, giunto tra i primi dieci). I temporali verificatisi nella notte tra sabato e domenica, avevano messo in apprensione gli organizzatori, ma la mattina della gara il cielo appariva relativamente sgombro da nubi, con la presenza di un forte vento e una temperatura non superiore ai 15°. Presentatomi al rifugio verso le sette e trenta, ho avuto qualche difficoltà a parcheggiare l’auto (abbandonata, come molte altre, su di un lato della strada Graziani) ma in compenso ho potuto ritirare con calma l’ottimo pacco gara e concedermi una colazione supplementare. Alle otto e trenta, salutati dalla voce di Marescalchi e dalle note immancabili (e un po’ scontate) dei Queen, si parte preceduti da un battistrada che sventola l’italico vessillo. E’ una mattinata ideale per correre, ma per prudenza ho preso con me uno zainetto e ho indossato una maglietta a maniche lunghe che a lungo andare mi darà fastidio. Sul vistoso pettorale noto che gli organizzatori hanno stampigliato, opportunamente, il numero telefonico cui rivolgersi in caso di emergenza. A circa trecento metri dalla partenza passiamo accanto a un osservatorio astronomico e proseguiamo lungo una stradina sterrata dalle pendenze non impossibili. Tra tratti di bosco, pascoli e malghe si giunge così al passo del Cerbiolo, la prima dura asperità del percorso. Fin qui, comunque, tutto procede abbastanza bene. Superato più o meno agevolmente (ma pur sempre di corsa) il passo, si devia bruscamente sulla sinistra imboccando uno stretto sentiero che si inoltra nel bosco e che si presenta particolarmente insidioso a causa del fango e di altri ostacoli disseminati dalla tempesta della notte precedente. Come mi succede spesso in situazioni del genere, l’ansia di togliermi dai piedi e di fare spazio a chi arriva alle mie spalle mi rende piuttosto nervoso. Bene o male cerco comunque di proseguire col mio passo badando soprattutto a non cadere, nonostante la spintarella malandrina ricevuta sulla spalla sinistra, e non curandomi di quelli che mi stanno sorpassando a frotte, come leprotti in preda a una foga insensata. La discesa però sembra non finire mai; per di più, in alcuni punti occorre scavalcare tronchi di faggi abbattuti e guadare ruscelletti particolarmente insidiosi. Quando il bosco si apre e si comincia a scendere lungo il pendio erboso verso il primo punto di ristoro, finisco (momentaneamente) di imprecare e comincio a tirare un sospiro di sollievo. Nei successivi tratti in salita - al sentiero è subentrato, finalmente, uno sterrato corribile - cerco di recuperare qualche posizione, corricchiando ostinatamente laddove altri vanno al passo. Ma la fatica della 10 km disputata la sera prima a Lonato comincia a farsi sentire. Attraversata la strada Graziani all’altezza della malga di Pra Alpesina, comincia un altro tratto di sentiero molto sconnesso di cui non conservavo memoria. In certi punti, addirittura, il sentiero sparisce e si e è costretti a farsi largo tra la sterpaglia, le erbacce, i rami e il pietrame del sottobosco. Qui il rischio di perdersi è notevole e occorre fare attenzione alle strisce bianco-rosse o chiedere lumi agli altri concorrenti. Dopo un altro lungo tratto in salita su fondo roccioso nella faggeta e un altro breve tratto in falsopiano su asfalto, si affronta la salita finale, lungo lo stretto e sinuoso sentiero che conduce alla “colma” (la cresta sommitale) di Malcesine. Continuare a correre è impossibile e spesso e volentieri mi servo, per tenermi in equilibrio, del bastone raccattato nel bosco. Piano piano recupero un po’ di energia e qualche posizione; così, quando il sentiero si fa meno ripido riprendo timidamente a correre. Frattanto dietro di me qualcuno incespica ripetutamente e tira bestemmie. Io, invece, tengo d’occhio il punto là in alto, dove la salita infinita sembra terminare per davvero. Un volontario che regge una freccia per indicare il percorso ci informa che mancano più o meno due chilometri al’arrivo. Getto via il bastone e cerco di accelerare il passo. Siamo più o meno a quota 1700 mt.: la vegetazione è sparita e si corre in uno scenario di pascoli e di pietraie. Da una parte si domina in tutta la sua lunghezza il lago di Garda e dall’altra la Val d’Adige e i Lessini, sovrastati da imponenti masse nuvolose. E’ indubbiamente un bel colpo d’occhio, ma non ho molto tempo per ammirare il panorama. Appena tagliato il traguardo, in prossimità della stazione della funivia, cerco di recuperare fiato e borsone, con al collo l’artistico pataccone di legno. Scendo a passo incerto verso la zona ristoro, poco sotto l’arrivo, e bevo in rapida successione un bicchierino di china calda (ottima) e una birra (non molto fresca, per la verità). Dopo le foto di rito, do un’occhiata al cronometro e noto che ho scarpinato su e giù per pascoli e boschi baldensi per 3h e 5’ (ben 25 minuti in più rispetto al 2010), un tempo che mi colloca all’ottantaduesimo posto della classifica generale, a circa una cinquantina di minuti dal vincitore. Il rientro, comunque, si presenta più agevole di quanto pensassi. Sceso comodamente con la seggiovia a Pra Alpesina, ho la fortuna di imbarcarmi subito sul pullmino in partenza per Novezzina, prendendo posto accanto ad altri mantovani che stanno commentando in tono scanzonato la loro corsa. Nel frattempo, i nuvoloni si sono fatti più scuri e minacciosi. E’ tempo di scendere a valle, verso le plaghe padane, portando con sé bagagli e ricordi. Forse, rifletto, la mia speranza di ritrovare e riprovare le stesse sensazioni di due anni fa è andata un po’ delusa. Colpa, probabilmente, dell’età che avanza inesorabile e di un percorso meno facile e “negoziabile” di quanto prevedessi. In compenso, anche questa volta, come nel 2010, l’ organizzazione mi è sembrata impeccabile. Arrivederci (forse) al 2013. Fabrizio Sandrelli
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