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| La virtù senza le avversità marcisce |
| Scritto da Giovanni Baldini | |
| lunedì 21 settembre 2009 | |
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25-30 agosto 2009: Ultra-trail du Mont Blanc – Petite Trotte à Leon
“La virtù senza le avversità marcisce”. 1. Non so se vi è capitato mai di leggere le lettere morali a Lucilio scritte dal filosofo romano Lucio Anneo Seneca duemila anni fa: il titolo di questa storia, tratto dal celebre epistolario, è uno dei tanti aforismi del maestro, seguace dello stoicismo, che ci ha lasciato in eredità, ed è quello che mi dà la forza per affrontare le tante dure prove che la vita riserva. Questa volta l’esame fortunatamente è ludico, e sono stato uno dei pochi eletti ad affrontarlo. La Petite Trotte à Léon è stata inserita dall’anno 2008 nella grande festa della montagna che è l’Ultra Trail du Mont Blanc. Per il maratoneta purista amante della natura significa entrare nel Gotha di tale disciplina per i crediti, in termini di competizioni estreme, che bisogna accumulare per sperare di poter essere tra i 5500 trailers: tanti sono stati quest’anno in tutte le quattro gare in programma che di seguito elencherò. Cinquanta squadre erano ammesse alla PTL, e dovevano essere formate da tre elementi indissociabili (cioè se uno si ritirava anche i restanti dovevano fermarsi) di cui due dovevano aver terminato almeno una delle precedenti edizioni dell’UTMB competitivo (km 166 +9000m di dislivello). L’esame iniziava subito con la lotteria dell’iscrizione a fine anno 2008. La lotta è stata dura già per iscriversi in tutte le gare in programma: da ogni angolo del pianeta giungevano richieste d’iscrizione che superavano abbondantemente la disponibilità: un’autentica follia! Ma i cugini d’oltralpe hanno l’occhio lungo ed hanno creato un bel business attorno alle 4 competizioni, forti dell’irresistibile attrattiva paesaggistica del Monte Bianco, il re delle Alpi, che non ha certo bisogno di essere pubblicizzata.Anzi, semmai (a mio parere) le presenze nell’ “Espace Mont Blanc” devono essere contingentate, per preservare lo straordinario ma alquanto delicato equilibro naturale. 2. La squadra doveva essere un amalgama di forze e sentimenti comuni. Bisognava scegliere il nome del gruppo; di getto mi veniva in mente “per angusta ad augusta” (massima latina che significa che attraverso le avversità si raggiungono risultati grandiosi), sempre per rimanere in sintonia col filosofo Seneca. E chi sono i miei compagni di avventura? Anche qui la scelta doveva essere severa, oculata: possibilmente dovevi scegliere dei compagni molto più forti di te, dotati di un amore viscerale per la natura. Come scoprire in loro più il più nobile dei sentimenti per poi fondersi in un’unica entità e condividere un’incredibile esperienza umana? E’ una razza in via d’estinzione la persona che ama la fatica, il disagio, ma, tuttavia, paradossalmente è molto facile individuare coloro che condividono le tue stesse passioni, basta partecipare alle varie competizioni in montagna che proliferano di anno in anno. Queste entità le scopri con le conversazioni che non hanno termine; si parla di esperienze, di vette, di panorami mozzafiato. I loro occhi si inumidiscono e brillano, durante la profusione di racconti emozionanti e, alla fine, li ho trovati: i piemontesi della provincia di Biella Tarcisio Fresia e Marco Galletto, rispettivamente da Portula e Trivero. Traccio un breve profilo dei due. Inizio per ordine di anzianità da Tarcisio Fresia, un giovane sessantatreenne: il più forte della squadra, in salita è irresistibile e se la batte con il Marco Olmo nazionale; egli ha saputo scegliere i suoi geni. Sua mamma, la signora Gina, una carabiniera, ancora in splendida forma, a cinque anni portava per la Val Maira (CN) al pascolo una mandria di quindici mucche. Prova a fare una cosa del genere oggi, e sarai linciato dai genitori che immergono i loro figli nella bambagia. Suo nonno, postino, un discepolo di Renato Brunetta ante litteram, in quaranta anni di attività fino alla pensione non ha fatto un giorno di assenza e di ferie, eccetto quelli in rosso del calendario. In merito gli fu tributato un particolare riconoscimento del Prefetto di Cuneo. Ogni giorno – rigorosamente a piedi – su e giù per le valli alpine effettuava non meno di 1000 metri di dislivello positivo. Fare due conti è facile: moltiplicate i giorni di servizio per mille e vi verranno le vertigini. Marco Galletto: il suo curriculum sportivo (di competizioni estreme) è impressionante e non lo cito, altrimenti non finisco più. Il Monte Bianco è diventato la sua seconda casa, conosce a menadito le sue sette vallate, gli angoli più remoti e suggestivi ed è stato lui a proporre l’avventura della PTL. L’altra sua grande passione è lo sci alpinismo che pratica con gran classe: il trofeo “Mezzalama” per lui è una sorta di allenamento. Il profilo altimetrico della PTL è paragonabile ad un elettrocardiogramma impazzito, con le extrasistoli che rappresentano i tanti valichi da superare, che avrebbero spaventato un mulo, e rendeva la faccenda proibitiva per un valligiano come me, con il limite orario imposto di 114 ore. Se ne sono accorti gli organizzatori tre settimane prima della partenza che, risvegliate le loro coscienze, si erano indotti ad eliminare la variante del Mont Joly (F) diminuendo il dislivello positivo dai m 22.000 ai 17.500, rimanendo però il chilometraggio invariato di 240 km. Per rendere l’idea, dovevamo compiere una salita pari a due volte l’altezza dell’Everest partendo dal livello del mare. Non sono mica quisquilie. Si consideri che un buon passista in un’ora in montagna percorre 3 km… Ciò ha creato non pochi problemi per inserire le tracce sul GPS che si sovrapponevano a quelle esistenti per i continui aggiornamenti. Un ringraziamento particolare per il paziente contributo di esperto programmatore va dato ad Angelo Valsesia, della frazione Santa Cristina di Borgomanero (NO), che durante le ultime settimane si era arrovellato il cervello per far entrare tutte le tracce con i relativi waypoint nel GPS di Marco. Ma anche il mio amico Filippo Fortini non scherzava affatto, in fatto di prove di resistenza estrema. Dopo essersi cimentato con successo nel percorso di guerra della “Tough Guy”in Inghilterra, da Viterbo era arrivato in Olanda in bicicletta. 3. Con il tracciato definitivamente ufficiale, si iniziava durante l’estate a compulsare quasi ossessivamente le mappe in modo che i luoghi ti sembrassero poi più famigliari. Tarcisio e Marco, nei mesi di luglio ed agosto, provavano e riprovavano il GPS nei tratti impegnativi della PTL in condizioni meteo avverse, e mi riferivano in tempo reale che ciò che dovevamo affrontare non era affatto una sgambatella in montagna; in particolare mi sottolineavano le difficoltà che avremmo incontrato nel tratto dal Piccolo San Bernardo al Rifugio Deffeyes, transitando per la pietraia della Bellecombe, e dal Rifugio Elena al Col du Ban Darray. “Speriamo che il tempo ci assista”, ripetevano, “sennò daranno dolori per seguire la traccia giusta…”. Era evidente, quindi, che il percorso della PTL non aveva nulla a che vedere con le altre tre durissime gare in programma dell’Ultra-Trail du Mont Blanc i cui tracciati sono paragonabili, al confronto, ad una autostrada: il giro classico competitivo di km 166 (+ 9.400); la Courmayeur-Champex-Chamonix di km 98 (+5.600) e la Chamonix-Courmayeur (Sur le traces des Ducs de Savoie) di km 106 (+6.700). Le avvertenze erano chiare: chi si accingeva ad affrontare la PTL non doveva avere fame di gloria (non un minimo accenno è stato dato in merito nel servizio di RAI 3 Sport delle ore 16,30 di giovedì 3.9.2009), essere umile, considerare quell’incomparabile scenario del Monte Bianco come un sovrano cui mai devi azzardarti a dar del tu e, con l’aiuto della Provvidenza (recitando il più possibile il Rosario), potevi sperare di cimentarti in sicurezza nei tratti esposti alpinistici in alcuni casi non segnalati, mentre potevi essere sopraffatto dalla fatica, dal sonno, dal freddo e tant’altro: a buon intenditor poche parole. Per riallacciarmi all’indifferenza felina che è stata data dai media nazionali alla PTL, volevo far presente che tale prova incarnava alti valori etici. Ma di ciò, a nessuno interessa, se non a degli idealisti come me, Tarcisio e Marco. La preparazione per una prova simile è lunga, fatta di maratone e trail a ripetizione e, soprattutto, di sortite notturne in montagna. Per me, rispetto a Tarcisio e Marco che hanno la fortuna di vivere sulle amatissime Alpi, la preparazione è stata più gravosa perché per simulare il tracciato della PTL non sono affatto sufficienti i miei Monti Cimini del viterbese, la cui massima elevazione raggiunge i m. 1053. Bisognava barcamenarsi tra le prioritarie esigenze famigliari, di lavoro, e trovare il tempo per conciliare tutto, e ciò è stata a mio avviso un’impresa titanica. Ma non volevo sentir parlare di sacrificio, per me le escursioni di notte ed i bivacchi all’addiaccio aspettando l’alba sono stati una vera delizia. Quindi il fantastico massiccio del Gran Sasso d’Italia, distante circa 200 km da casa, è stato durante l’estate la mia palestra di allenamento, dove di notte ho sperimentato tutte le condizioni estreme che potevo trovare al Bianco e cioè: attraversamenti alpinistici con affacci vertiginosi (tanto per citare alcuni: la direttissima del Corno Grande, la via Ricci per salire alla vetta orientale del Corno Grande, il ghiaione del Pizzo Intermesoli). Poi bivacchi all’aperto in alta quota con vento forte e freddo intenso per testare l’equipaggiamento. Apro una piccola parentesi sul citato massiccio che tanto amo: lo sciame sismico, che ha devastato l’aquilano, non ha intaccato il Gran Sasso se non in qualche insignificante frana nell’alta Val Maone, ed il ghiacciaio del Calderone in pieno agosto era colmo di neve come non si vedeva da tanti anni. Fame di dislivello dovevi averla sempre, e la salita maggiore più vicina a Viterbo (e di tutto l’Appennino) è a circa 300 km: la mistica valle di Santo Spirito alla Maiella, da Fara San Martino (CH) in cima al Monte Amaro (+2300); a seguire sempre sul massiccio del Gran Sasso, da Fonte Cerreto (AQ) al Corno Grande per la via direttissima (+1800), quest’ultima diventata come si dice dalla mie parti “la strada dell’orto”, per le tante escursioni effettuate in solitaria e con gli altri amici laziali tutti impegnati nelle varie gare al Bianco: Alessandro Tarallo, Gianluca Belardini, Raffaello Alcini e Domenico Peruzzini. Raffaello e Domenico sono per me un punto fondamentale di riferimento. Persone miti, colte ed esperte di montagna , tengono sempre a freno il mio entusiasmo da bambino, si cimenteranno nella TDS, con l’obiettivo del giro completo nel 2010, ed avevano fatto base al campeggio di Grepon a Chamonix (F), ospiti del fortissimo paracadutista ex incursore della marina Fabio Orsini, impegnato anch’esso nella TDS, che aveva montato una tenda con impresso un grande stemma della “Folgore”, motivo di vanto nazionale. Molte volte mi sono recato sull’Appennino abruzzese, anche con il fraterno amico Ferdinando Iacovelli, tanto che facevo concorrenza all’ascetico papa Celestino V da Morrone alla Maiella, le cui spoglie sono conservate nella basilica de L’Aquila, distrutta dal terremoto di aprile. Ma con quel santo – che come me Tarcisio e Marco non ebbe fame di gloria e fu uno dei tre papi che abdicò – io non ho a che spartire nemmeno un’unghia, questo lo tengo a precisare: di fronte ai sovrani ci si inchina, di fronte ai santi, come Pietro da Morrone, ci si inginocchia! 4. Da quelle sedute di allenamento ho ricevuto molte risposte. In montagna non si scherza, i rischi repentini sono sempre in agguato, come una caduta per stanchezza o l’ipotermia, pertanto l’equipaggiamento che da portare al seguito per la PTL doveva essere quanto di meglio la tecnica potesse offrire, a scapito di uno zaino che risulterà veramente pesante, dell’ordine di tredici kg circa. Ma meglio così, tutti noi non avevamo alcuna intenzione di aggiungersi all’impressionante sequela delle vittime della montagna di questa stagione. Siamo tutti coscienti che su questa terra siamo di passaggio, la parte immateriale del nostro vulnerabile corpo - ossia l’anima - è ciò che mi interessa preservare per presentarmi, con quanti più crediti possibili in buone opere, avanti al Creatore; però abbiamo tutti delle grosse responsabilità verso le nostre famiglie, il lavoro, perciò con Tarcisio e Marco eravamo concordi e ardentemente desideriamo che bisogna arrivare alla prova estrema non stupidamente, ma possibilmente con dignità ed eroicamente. E una mia fesseria,quattro giorni prima della partenza, stava mandando all’aria l’avventura. Trovandomi al mare nel promontorio dell’Argentario, di fronte all’attrattiva naturalistica della Duna Feniglia, l’istmo di 6 km che collega il continente al promontorio, da corridore prevalentemente stradaiolo che sono iniziavo a tirare qualche chilometro per far girare le gambe e, al termine della corsa, mi si riacutizzava un vecchio dolore al tendine. L’ansia prendeva il sopravvento. Ma tra i tanti difetti che possiedo, mi riconosco un lato positivo, e non so se per gli altri sia una virtù, e cioè quello del coraggio e della determinazione; e riuscivo in un modo e nell’altro a lenire il dolore. Al tal proposito il grande amico Pino Tenti è per me un punto fondamentale di riferimento per le sue eccezionali doti di resistenza alla fatica ed al dolore. Preparavo con cura lo zaino di 50 litri prestando attenzione al peso. Lo riempivo del materiale obbligatorio: due maglie termiche, una giacca di pile pesante; un completo in gore-tex triplo strato giacca e pantalone; una calzamaglia di tessuto pesante; ramponcini; viveri; circa un kg di batterie di ricambio per le lampade frontali e il GPS; medicinali; pantaloncini calze e indumenti intimi di ricambio; due litri d’acqua. Il risultato è che il fardello risulterà maledettamente pesante. Ma chi si azzardava a partire con meno peso era proprio un incosciente. Le vittime del Mercantour di giugno insegnano. Gli zaini di Tarcisio e di Marco non erano da meno come consistenza, ma con una distribuzione più bilanciata, e cioè mentre il peso del mio zaino gravava interamente nella parte posteriore del corpo, il loro era distribuito equamente sul tronco, con uno zaino più piccolo del mio sulle spalle cui, allacciato in vita, era contrapposto un mega marsupio. 5. Arrivava il giorno fatidico, martedì 25 agosto 2009, giungevamo in una tranquilla Chamonix ed il cielo era plumbeo, a tratti piovoso, e l’ obelisco della Dru sopra di noi con la tormentata colata glaciale dei Bossons ci dava il benvenuto. Ma era sciocco pensare che in cinque giorni in una montagna come il Bianco si potesse trovare tempo sempre bello. Incoraggiamenti arrivavano dai tanti amici trailers: Vittorio e Mirko da Bobbio (PC), Luigi Groppi da Piacenza, Pietro Berardi da Monterotondo (Roma), dal superman Giovanni Torelli e Massimo Guidobaldi da Roma, Roberto Paolini da Viterbo, Tonino Tonucci da Montefiascone (VT), Andrea Volpato da Occhieppo Superiore (BI). Dal lontanissimo Ecuador, sulle Ande, alle falde del Cotopaxi, incitazioni pervenivano dalla carissima e super atleta di casa al Bianco, Giulia Giannini che vive a Civitavecchia. Al centro maratona di Chamonix ritiravamo i pettorali di gara e le mappe che potevi già scaricarl dal web. Ci aspettavamo un controllo severo del materiale obbligatorio. Nemmeno per sogno. Nessuna ispezione, un giovane ci spiegava il funzionamento del GPS di localizzazione che in tempo reale aggiornerà la nostra posizione sul noto applicativo Google Earth, ed era costituito da un corpo batteria collegato con un cavetto USB al ricevitore con quattro pacchi di pile stilo da sostituire ogni 24 ore (altro kg in aggiunta); in più inserivo dentro lo zaino una busta contenente 9 panini imbottiti portati dall’Italia per affrontare la prima notte: altro peso, ma determinante, perchè la regola numero uno in montagna è mangiare e bere quando possibile, altrimenti, con i grandi sforzi cui si è sottoposti, si rimane al palo. Al parcheggio dove avevamo posteggiato la vettura di Marco, c’era il camper di Nico Valsesia con tutta la sua bella famiglia al completo. Nico, oltre che tour operator d’eccellenza, primeggia anche nel campo sportivo, essendo uno dei più forti sky maratoneti in circolazione. Egli, pur reduce da un intervento chirurgico al ginocchio, fasciato con nastri di contenimento alle gambe si sarebbe cimentato venerdì nell’ UTMB. Bel coraggio in quelle condizioni. Al briefing di gara riusciamo a captare le parole : “Pericoloso, attenzione al passaggio al…”. Ma non serviva a nulla preoccuparsi, la nostra sfida era un gioco e tale doveva rimanere, non stavamo mica recandoci al fronte. Ma l’attesa del via era spasmodica. Dopo l’abbondante cena offerta dagli organizzatori, si andava in piazza. Solita magnifica cornice di gente, di musica, l’inno della PTL era quello del film “L’ultimo dei Mohicani”. Dei brividi attraversano i nostri corpi, eravamo sereni ma determinati. Giungeva il mio amico Stefano Tonchi con famiglia al completo. Rimaneva impressionato dal peso del mio zaino. Lui poteva gustarsi lo spettacolo e riposarsi sino a venerdì, poi si sarebbe disimpegnato nell’ennesimo UTMB con gli altri 2300 atleti. Vedevo spuntare l’onnipresente Andrea Callera, ci scambiavamo grandi abbracci. Non avevano voluto mancare alla partenza la famiglia di Tarcisio al completo, Simonetta, la moglie e i figli Pietro e Matteo, la moglie di Marco, Nicoletta, atleta di gran classe e sua mamma, la madre di Marco, la signora Giacomina. Loro erano tesi più di noi, visibilmente emozionati; poi le raccomandazioni della mamma di Marco: “Mi raccomando, non fate pazzie…”. Le interviste dei media locali si susseguivano a ripetizione, ma noi non volevamo celebrità, avevamo solo l’incontrollato bisogno di immergersi nelle nostre amatissime Alpi, in cerca di contemplazione e di goderci quel grande regalo che il Padreterno ci ha donato di un Creato che ci stupisce ad ogni passo. 6. Alle 22,00 di martedì 25 agosto si partiva subito e di corsa. Non avevamo alcuna intenzione di procedere correndo, perché con i nostri zaini stracarichi avremmo sollecitato oltremodo le schiene, ma non potevamo fare altrimenti, talmente forte era l’incitazione della folla. Tarcisio iniziava subito a perdersi dei pezzi dallo zaino che per fortuna venivano recuperati. Egli aveva la tenda da bivacco d’emergenza allacciata lì sotto, una cellula di sopravvivenza che risulterà poi determinante. Si precedeva per il percorso tradizionale dell’UTMB fino a Les Houches. Dove possibile, nelle discese, si accennava ad una goffa corsa, per salvaguardare articolazioni e le vertebre lombari. Dovevamo tenere sempre tenere a mente e sopire gli entusiasmi, perchè si trattava di percorrere 240 km di sentieri, per la maggior parte alpinistici, con 17.500 m di dislivello positivo. E’ logico pensare che ogni squadra avesse fatto una strategia di gara. Veramente, è errato dire che la PTL era una gara, perché fu stabilito da regolamento che non aveva carattere competitivo, e lo spirito che doveva accomunare tutti i partecipanti era: l’amicizia, la fratellanza, il rispetto per la natura, e il regime di autosufficienza alimentare, ovvero senza fruire dei servizi offerti alle altre gare in programma. Tuttavia il tempo massimo stabilito in 114 ore la rendeva di fatto una competizione. La nostra strategia iniziale era quella di fare una tappa no-stop da Chamonix (F) sino al rifugio Deffeyes (km 79) in territorio italiano. Il chilometraggio era elevato, ma era essenziale effettuare questa tiratona anche perché il meteo attorno al Bianco era incerto. Ed il primo temporale lo beccavamo a Les Houches dove ha casa (beato lui) il mio amico Andrea Celestini partito pochi giorni prima della gara. La pioggia ci accompagnerà copiosa sino a Les Contamines al km 23. I lampi illuminavano quel paesaggio cupo, quasi ostile con i tuoni che rombavano sinistramente. La cappa delle nuvole si attestava attorno ai m. 2500. Al Col de Voza (m. 1656), sotto il porticato di uno chalet in prossimità della stazione ferroviaria del T.M.B. ci equipaggiavamo come si doveva per avanzare sotto la pioggia. Tuttavia la temperatura non era eccessivamente fredda. Il GPS di Marco era l’unico interlocutore con noi stessi, che ci infondeva grande sicurezza in mezzo a buio e nebbia, ci guidava in quei sentieri che (preciso), non erano segnalati come nelle altre gare con le segnalazioni rifrangenti. Si perdeva rapidamente quota. A Les Contamines (m.1062), arrivavamo nel profondo della notte e il delizioso paesino aveva l’aria spettrale; la pioggia cessava, il vento spazzava vie le nuvole, si intravvedeva la costellazione del Carro, tutto sembrava volgere per il meglio. Consumavamo un panino a testa, facevamo il pieno d’acqua dalla fontana pubblica e si ripartiva direzione La Balme (m.1713) per un tracciato molto ben conosciuto da me e Marco perché percorso nelle varie edizioni passate dell’UTMB. E’ bene infisso nelle nostre menti, come quelle degli uccelli migratori che seguono sempre le stesse rotte, sino alla deviazione per il Lac Jovet in prossimità del Col de Bonhomme. Il tracciato è agevole, antichissimo, veniva utilizzato dalle legioni romane; si attraversa anche un ponte d’epoca imperiale in ottimo stato di conservazione. Il sentiero punta dritto in alto dopo aver oltrepassato il santuario della Notre Dame de Gorge, l’unica fonte di luce in una tenebrosa foresta. Il ringraziamento alla Regina della Pace era d’obbligo. Eravamo felici, pur se inumiditi dalle varie ore trascorse sotto una pioggia incessante, ma determinati più che mai ora che il tratto più “facile” stava per terminare. 7. Iniziava ora la delicata parte tecnica. Il sonno tormentava me e Tarcisio; Marco avanzava imperterrito, in una forma smagliante. Eravamo al Lac de Jovet (m.2180) all’alba. L’andatura tenuta sino allora risultava superiore alla media. Ma era stato un bene che avessimo tirato il tratto “agevole” perché si sa che nei percorsi tecnici le medie scendono terribilmente. Il Col d’Enclave (m.2667) era la prima asperità: terreno insidioso, sassoso, ripido, scaricava pietre a non finire dall’alto e bisognava quindi prestare attenzione per sé e per gli altri; sarebbe stato saggio indossare anche un caschetto di protezione. Dall’alto il panorama si faceva interessante; i nostri piedi solcavano il massiccio del Bianco propriamente detto, non le catene montuose che gli fanno da corona e che percorreremo poi in seguito. Seguiva una discesa, poi una salita, prima per il Col del Fours (m.2600) e poi un altro strappo su sfasciumi per arrivare al valico ferroso e scistoso della Grande Ecaille (m.2702), altamente suggestivo, perché le pietre somigliano alle sfogliatelle napoletane e sono affilate come rasoi. Da quella forcella ci si trova di fronte all’Aiguille des Glaciers dalle guglie imbiancate di neve fresca. Le emozioni aumentavano così come le difficoltà per arrivare al rifugio Robert Blanc (m.2760). Grandi blocchi di pietra, scivolosi, infidi. Quando mi fermavo a scattare le foto, per documentare la nostra avventura, Marco e Tarcisio guadagnavano quei trenta metri che non potevo recuperare se non a seguito di un inutile dispendio energetico. Il sonno prima di arrivare al rifugio Robert Blanc mi attanagliava, così come a Tarcisio, che reagiva meglio di me. Mentre loro due avevano guadagnano un buon vantaggio nei miei confronti, dovevo giocoforza fermarmi e coricarmi lungo il sentiero; una grossa pietra liscia color argento fungeva da guanciale; era così algida poggiandovi le gote, ma provavo comunque un grande sollievo. Serravo gli occhi, le mie palpebre erano come incollate, avevo maledettamente bisogno di quei cinque muniti, cinque brevissimi minuti, un microsonno, a me bastava poco. Ripartivo a spron battuto e giungevo al rifugio Robert Blanc, gestito da motivati ragazzi. Tarcisio e Marco avevano già preso il posto per mangiare. Facciamo una bella rifocillata a base di spaghetti e caffè e si riparte senza requie. La direzione era il Col de la Seigne, confine italo francese, per un traverso molto impegnativo costituito dal passaggio di una morena sotto la lingua glaciale che discende dall’Aiguille Des Glaciers. Dalla zona di ablazione del ghiacciaio si diramano almeno tre impetuosi e assordanti fiumi che bisognava guadare; il tratto è di rara bellezza, le pietre sono di un rosa acceso e, di fronte a noi a ovest, appariva in tutta la sua magnificenza il massiccio della Vanoise. Per arrivare al Col della Seigne, non ci si ricollegava al normale percorso che parte dallo Chalet des Mottets, ma ci si inerpicava su per una diagonale scistosa e friabile attrezzata con corde fisse. Tarcisio perdeva un bastone, riuscivo a recuperarlo. Aggrappati alle corde fisse, si saliva e finalmente si giungeva all’ampio valico del Col de La Seigne (m.2515). Eravamo entrati in Italia. Consistenti ammassi nuvolosi a circa quattromila metri di quota turbinavano attorno al Gigante che ancora non si era mostrato. Si riusciva a malapena ad intravvedere per un attimo il Dome du Gouter. Ma non c’era tempo di gustare il panorama della Val Veny, bisognava recuperare tempo prezioso, ora che il tracciato lo permetteva. Ci si metteva di mezzo pure una fastidiosa nausea di origine dispeptica. Non potevo imprimere al passo una spinta maggiore altrimenti tutto ciò che avevo consumato (a carissimo prezzo in termine economico) al rifugio Robert Blanc sarebbe stato riversato sul patrio suolo. Raggiungevo Marco e Tarcisio che tiravano a morte l’andatura, al Col de Chavannes (I) (m.2603). Nei pressi di una fortezza militare in rovina mi distendevo su di un fianco; è la miglior soluzione quando si hanno certi tipi di fastidi. In appena cinque minuti rinvigorivo, per affrontare in tratto pericolosamente esposto con sotto un vuoto di quattrocento metri. Una ventina di metri attrezzato con corde fisse. Anche una imbracatura con moschettone non sarebbe stato male da indossare per procedere in sicurezza. La concentrazione era al massimo, una manovra maldestra con i nostri zaini pesanti che avrebbero sbilanciato il corpo, sarebbe stata da guai seri. Ma non ci piangevamo addosso e il nostro nuovo obiettivo era quello di arrivare il Col di Bassa Serra (m.2474) dopo aver superato degli immensi valloni detritici. 8. Dal Col di Bassa Serra, costellato dalle vestigia di fortezze militari dell’ultimo conflitto, arrivava un momento di euforia. Da lontano si scorgeva il passo del Piccolo San Bernando. Ma arrivarci non è stata una cosa semplice come sembrava. Bisognava attraversare una successione di tre sterminate conche detritiche con relativi colli. Tarcisio, bisognava imbrigliarlo per tenere a freno la sua energia, infatti lo perdevamo di vista. Non serviva a nulla gridare, perché le voci si rifrangevano sulle pareti rocciose. Lo ritroveremo più tardi al Passo del Piccolo San Bernardo da dove era salito dalla riva destra del lago situato sotto al colle. Guadavamo fiumi d’acqua di fusione senza fare troppi complimenti per non bagnarci le scarpe. E lì iniziavano i miei guai ai piedi. L’acqua e lo sfregamento sono l’anticamera di quanto più terribile possa incappare un camminatore: le vesciche. Le prime avvisaglie le avvertivo prima di arrivare al rifugio del Piccolo San Bernardo (km. 62 - m.2115), dove l’organizzazione aveva piazzato una tenda con brandine per il riposo, e stipulato una convenzione per mangiare in un rifugio gestito da italiani. Diverse squadre approfittavano dell’invitante tendone per dormire, per noi invece l’imperativo d’obbligo era arrivare al rifugio Deffeyes situato sotto il ghiacciaio del Rutor. Non trattavo adeguatamente le mie vesciche. Si riprendeva la marcia dopo aver abbondantemente pasteggiato con il buon umore che regnava. Si rientrava in Francia salendo il Col de la Traversette (m.2383) e, a seguire, dopo una discesa, si affrontava il difficile Passaggio della Louie Blanche (m.2591). Eravamo all’imbrunire di nuovo in Italia. Il vallone pietroso di Bellacomba con i rispettivi laghi color smeraldo è di quanto più bello si possa vedere sulle Alpi. Marco e Tarcisio me ne descrivono la bellezza perché era calato il buio ed iniziato a piovere abbondantemente. Lavoravo d’immaginazione, bastava inspirare quell’inebriante aria alpestre. Arrivava un guaio nel tratto più difficile, la traccia del GPS di Marco scompariva. Marco si dannava avanti ed indietro per dei grossi blocchi di granito nel vallone per ritrovare il segnale, ma invano. Per circa un’oretta si disimpegnava in un lavoro disumano per ritrovare la traccia. Nel frattempo mi guardavo intorno per trovare un posto dove bivaccare. Sotto un grande blocco pensile sembrava il posto adatto. Ma ecco che sia Tarcisio che Marco avevano un lampo di genio. Il posto lo conoscevano perché lo avevano esplorato di giorno durante le sedute di allenamento estive, perciò arrivavamo sulle sponde del lago di Bellacomba e, dopo averlo guadato nella parte dove restringe, ritrovavamo il sentiero. Che colpo di fortuna! L’interminabile pietraia del vallone, dove si avanzava con una velocità da bradipo per evitare guai, era finalmente terminata. Ora il nostro obiettivo finale prima del meritato riposo era raggiungere il rifugio Deffeyes. Ecco apparire nel buio della notte le luci delle lampade frontali degli altri atleti che affrontavano l’erta. Le luci del fondovalle erano quelle del paese de La Thuile dove soggiornava Fabio Marri che si cimenterà poi con successo nella TDS. Ha messo radici nella vallée che ispira la sua formidabile penna, così come in passato Carducci a Courmayeur. Prendevamo su per un sentiero, ma Tarcisio, che quella zona la conosce come le sue tasche, riferiva che non era quello giusto. Ridiscendevamo di nuovo e si riprendeva finalmente quello da lui conosciuto. Una salita ripida e continua sino ai m. 2494 del rifugio, che raggiungevamo alle tre di notte di giovedì 27 agosto, dopo una 29 ore no-stop. C’era il personale del rifugio ad attenderci e rifocillarci (tutto pagato profumatamente: una minestra di verdure, pernottamento e una normalissima colazione € 165,00, altro che convenzione PTL!). I miei piedi peggioravano, li curavo come potevo, forando le vesciche, ed immergendoli poi in un vasca di acqua gelata. Si andava a dormire dentro una stanza in comune sopra letti a castello. Il fetore che emanavamo tutti e tre era anche per noi insopportabile, e pensavo alle imprecazioni degli ospiti; chiedevamo venia. 9. Alle sei eravamo di nuovo in piedi, anche solo tre ore di sonno erano bastate per affrontare la giornata, e che giornata quella che ci aspettava, densa di emozioni. Tragitto dal rifugio Deffeyes al rifugio Elena. La giornata era magnifica, la piana ed il ghiacciaio del Rutor con lo scintillante Bianco a oriente incuneato in lontananza tra due contrafforti, ci davano una grande carica per salire al Passo Alto (m.2869) di gran lena. E lo scenario dal valico era immenso: la nebbia avvolgeva la Valdigne e sopra, dai m. 1500 di quota, spuntavano le vette con la poderosa vetta del Gran Combin (CH) in primo piano. Ci si presentava adesso un’altra difficoltà, simile al vallone della Bellacomba: discendere nel vallone del Passo Alto per una interminabile e pericolosa pietraia. Io, come al solito, procedevo con estrema cautela, mentre Marco e Tarcisio, da veri esperti, si volatilizzavano. E’ qui che si faceva la differenza con chi ci è nato in montagna rispetto a me, infatti nelle discese tecniche si guadagnava tempo prezioso, i montanari d.o.p. Tarcisio e Marco lo sapevano bene e sembravano degli stambecchi, così sicura e veloce era l’andatura per quella infida discesa. Cercavano di spronarmi, però mi rendevo conto se avessi osato di più sarei incappato in un serio incidente. Mi scusavo con loro e promettevo che, quando avrei incontrato un sentiero più agevole, avrei recuperato. Stupendo e interminabile è il vallone del Passo Alto che in 15 km discende sino a Morgex. In un tratto sorgivo immerso in cespugli di rododendri, mentre aumentavo l’andatura, scivolavo su di una pietra; puntavo il bastone violentemente tra due massi, e si spezzava. Non mi accorgevo che con il violento impatto i miei occhiali da sole, calzati sopra la testa, schizzavano via ed andavano smarriti in mezzo alla vegetazione. Non ci voleva, ma pazienza, ed in mente risuonava il motto: “La virtù senza le avversità marcisce”. Il cielo ora era di un azzurro intenso ed il Bianco troneggiava avanti a noi; iniziavamo a sentire il frastuono dei mezzi che transitavano sulla autostrada Aosta-Courmayeur. Poi nuovamente ancora un problema causato dal segnale GPS che svaniva, però con la fortuna di azzeccare a naso l’itinerario giusto, ed a mezzogiorno eravamo finalmente a Morgex. In quel bel paese era stata allestita da parte degli organizzatori una sala di riposo e di rifornimento. All’interno di una struttura pubblica da dove si accedeva attraverso una scomoda finestra (che strano), ci veniva servito un abbondante pasto. Nella strategia di gara avevamo messo come priorità l’affrontare la salita alla Testa dei Licony, il più grande dislivello della PTL, di primo mattino per evitare il solleone. Ma in montagna i programmi sono molto relativi e bisogna tener conto di fattori aleatori. E sotto un sole cocente da Morgex (m.890) affrontiamo la terribile salita che porta al bivacco Luigi Pascal, in vetta alla Testa dei Licony (m 2920). Mi avevano quasi spaventato gli amici descrivendomi l’ascesa che avevano affrontato in primavera. Paradossalmente per me e per tutti è stato un momento relativamente rilassante, perchè solo nelle salite non avevo il tormento delle vesciche. Tarcisio, da persona colta, oserei dire onnisciente, improvvisava una lezione di botanica, facendomi annusare il profumo dell’assenzio selvatico, che fu bandito in passato dalle autorità francesi per le sue proprietà stupefacenti. Arrivavamo con slancio in cima zigzagando tra i paraslavine, e l’emozione prendeva in tutti il sopravvento; visione indescrivibile, paradisiaca. Il bivacco Luigi Pascal è una perla delle Alpi. Sei a tu per tu con il versante italiano del Monte Bianco in faccia alle Grandes Jorasses. Il Monte Bianco e il ghiacciaio della Brenva erano ancora ammantate dalle nuvole. Solo le Grandes Jorasses ed il Mont Dolent si mostravano timidamente. Tra di me recitavo: “Deo Optimo Maximo, Deo Optimo Maximo, Ave Maria gratia plena…”. Ricordiamoci che il ringraziamento al Creatore è la preghiera più sublime, ma non prendetemi per bigotto. Io difendo a denti stretti il mio laicato, l’ultima volta che ho ricevuto la comunione è stato il giorno del mio matrimonio 22 anni fa, ma a gran voce posso dire che la mia fede è inossidabile e si rafforza ancor di più quando sono di fronte a simili scenari. Al diavolo i soldi, la fama per noi tre, immersi nel nostro ambiente di montagna, equivaleva a vincere un sei all’Enalotto. Come sarebbe piaciuto a Vincenzo Apuzzo essere lì con noi. Due famigliole all’interno del bivacco trascorreranno la notte, scambiavamo alcune opinioni e ripartivamo per la lunga ripida ma agevole discesa, per poi affrontare il Col Sapin (m.2427). In alto spuntavano dei camosci incuriositi che con grande eleganza sfuggivano ai nostri sguardi; emettevano degli sbuffi simili al rumore dell’aria che attraversa un mantice. Eravamo a circa a metà percorso, avendo percorso 122 km. Giungeva la notte al Col Sapin. Peccato, perché dopo essere scesi per il Vallone di Armina e saliti poi per il Passo Entre Deux Sauts (m.2520), avevamo percorso al buio il magnifico vallone di Malatrà. Giungevamo al Rifugio Bonatti, il benvenuto ce lo dava un grazioso gattino giocherellone che ci seguirà poi per un bel po’. 10. Come già programmato, il nostro obiettivo era quello di arrivare al rifugio Elena (m.2061), scendendo prima nell’alta Val Ferret italiana ad Arnouva (m.1769), per guadagnare più tempo possibile. E ci arrivavamo nel profondo della notte sotto un firmamento fantasticamente delineato, attorno alle 3. Al rifugio/ristorante non c’era una luce accesa. I gestori – non so per quale motivo – avevano rifiutato l’invito degli organizzatori di fornire assistenza, il Bonatti solo si era offerto come partner della manifestazione. Si prospettava un bivacco all’aperto. Svuotavamo lo zaino e ci vestivamo con tutti gli indumenti in dotazione. Sembravano l’equipaggio dell’Apollo 11 in attività extraveicolare, per come eravamo goffi nei movimenti. Dietro alla struttura, in una zona riparata, c’era un’altra squadra che aveva fatto altrettanto, sdraiati sul camminamento del rifugio: avevano gli sguardi stralunati. Ci coricavamo a terra sulla terrazza in faccia al ghiacciaio Pre de Bar ed al Mont Dolent: non facevo in tempo a sdraiarmi che già dormivo. Dopo circa una mezz’oretta venivo svegliato dalla telefonata concitata da un addetto dello staff dell’organizzazione che riferiva di aver perso la nostra traccia. Lo assicuravo che era tutto a posto e che ci trovavamo all’Elena. Il GPS di localizzazione che ci era stato dato in dotazione era difettoso poggiando il dorso e non inviava più da tanto tempo il segnale. Non riuscivo più a prendere sonno, vuoi perché non essendomi chiuso ermeticamente entrava quel filino d’aria che ti congelava, vuoi per il rumore che faceva Marco dimenandosi nella sua coperta di sopravvivenza per ottenere quel tepore necessario per addormentarsi. Dopo un breve dormiveglia mi risvegliavo: Tarcisio e Marco erano spariti. Iniziava la ricerca: Marco lo trovavo che dormiva conficcato nel grande sfiato del gruppo elettrogeno della struttura che gettava aria calda, mentre Tarcisio si era appisolato poggiando il dorso sulla parete del vano dove era installato il generatore. Albeggiava e vedevo una porticina aperta con una flebile luce. Mi fiondavo dentro di essa; nel vano c’era un ragazzo che lavorava lì e ci faceva accomodare dentro la struttura nel salone del bar. Quel ragazzo, di origine ispaniche, ci faceva poi notare che all’ingresso del rifugio c’era un campanello che avremmo dovuto suonare per chiedere aiuto. Averlo saputo. Facevamo tutti un abbondante colazione e, alle ore 6,30 , eravamo di nuovo in marcia, in direzione del “terribile” Col du Ban Darray (m.2695), confine italo svizzero. Ci sentivamo tutti bene, i magnifici panorami che godevamo, almeno a me avevano azzerato tutte le pene derivanti dalle vesciche. E, per essere sincero, il Ban Darray è stato un posto veramente esaltante e assolutamente privo di difficoltà, se non quella di affrontare una china durissima per una sassaia. E’ scarsamente frequentato perché il sentiero non è segnalato. Dallo sterminato vallone detritico di caratteristiche himalayane, guardando nel versante italiano, la vista ti toglie il fiato, con le Grandes Jorasses e il Bianco visti da un’angolatura inedita. Il versante svizzero dell’amplissimo vallone del Ban Darray non è da meno: dolce, verdissimo, con il gruppo del Grand Combin sullo sfondo, è regno di grandi mandrie di bovini che pascolano. Chiedevo aiuto a Tarcisio e Marco quando da valle avanzava tumultuosa una mandria di bovini, con alcuni capi dal torvo sguardo, non quelli delle pezzate mansuete mucche svizzere per intenderci, reclamizzate sulle confezioni delle cioccolate, ma esemplari neri del tipo tori da corrida. Ci mancava solo che incorressimo in una cornata. Il fischio delle marmotte era l’altra compagnia, se si aguzzava la vista quelle schive creature si potevano facilmente scorgere quando lanciavano il caratteristico fischio che rappresenta il segnale di pericolo. 11. La discesa del Ban Darray finiva in prossimità di Ferret (CH). Il segnale GPS ci dava come indicazione di salire un pendio erboso non segnalato per arrivare al sentiero che portava in cima alla tremenda china del Col du Nèvè La Rousse (m.2752). Transitavamo dinanzi a uno chalet e, ai proprietari chiedevo se avevano del cibo da vendere. Loro spontaneamente, tra le tante incitazioni, ci offrivano delle mele e del cioccolato; questo spontaneo gesto è stata una parentesi veramente commovente. Il GPS ci indirizzava sempre a salire per un duro pendio non segnalato, con l’erba che arrivava all’altezza del bacino e non potevi vedere dove poggiavano i piedi, sicchè per avanzare in sicurezza sbilanciavo il mio peso nella parte a monte in modo che, in caso di caduta, non precipitassi a valle. E non era finita. Un altro pericoloso passaggio ci attendeva affrontare, costituito da una cengia friabile della larghezza di non più di trenta cm. E’ stato l’unico attimo in cui ho temuto per la nostra incolumità. Senza appigli sicuri e con sangue freddo, solo grazie all’esperienza di Tarcisio e Marco (e di qualche santo protettore) riuscivo a superare l’ostacolo e, dopo varie peripezie, trovavamo il classico sentiero escursionistico che conduceva il vetta allo sfiancante Col du Nèvè La Rousse. Si chiama così perché il colle è proprio una duna sabbiosa di color rossastro, una bizzarria geologica dove il granito è il fattore dominante del paesaggio. Stare al sole era piacevole. Al riparo dal vento pasteggiavano con i panini acquistati – sempre a caro prezzo - al rifugio Elena. Approfittavo della pausa di Marco a Tarcisio per guadagnare tempo, procedevo giù nell’immenso vallone in direzione dello chalet de la Tsissette , tanto con il loro passo spedito in discesa mi avrebbero poi raggiunto; a quota m. 2140 prendevamo bruscamente su per il vallone de Revedin che porta all’omonimo passo (Colle de Revedin m. 2510). Al valico la vista, che lasciava senza fiato, spaziava su tutto il versante svizzero del Monte Bianco, e ci stava bene anche una profonda commozione che cancellava tutto il tormento che avevo ai piedi, tanta era la bellezza. Giungeva la telefonata di Nicoletta, la moglie di Marco era in pensiero: “Va tutto bene? Da ieri che non vediamo più la vostra traccia su Google Earth, cosa è successo?”. Non era successo nulla, solo che il trasmettitore era difettoso, quindi contattavo via telefono l’organizzatore, per comunicargli la nostra posizione e il nessun affidamento dell’apparato. Egli riferiva che arrivati a Champex Lac (CH), avremmo trovato Robert che avrebbe risolto il problema. Intanto provvedevo con la mia fotocamera digitale a documentare tutti i passaggi, cruciali per fugare qualsiasi dubbio sulla nostra correttezza. La discesa dal Col de Revedin all’abitato di Prayon nella sottostante Val Ferret svizzera, ha una pendenza quasi proibitiva. Sulle mappe cartacee del percorso fornite dall’organizzazione, indicanti anche i numeri del waypoint in grassetto, era evidenziato: “E’ assolutamente sconsigliato affrontarlo di notte, bivaccare in quota sino all’attesa del giorno…”. Noi, per fortuna, riuscivamo ad arrivare a valle poco prima che un ammasso nuvoloso avvolgsse il temibile passo. In fondo alla vallata si sboccava in un caseggiato di classico stampo svizzero, cioè curato con ordine maniacale. I proprietari, gentili e cordiali, non esitavano a offrirci del tè caldo, particolarmente ammirati dalla nostra impresa e dei nostri racconti. La traccia GPS di Marco spariva nuovamente, ma da lì sino al restaurant du Dolent al paesino di Prayon (m.1570), era praticamente impossibile smarrire la strada. All’interno del ristorante c’erano un paio di squadre. Sembravano come noi dei disperati; nell’attesa tra una pietanza e l’altra tutti appoggiavamo le nostre membra stanche sopra il tavolo e schiacciavamo dei microsonni. Tuttavia, l’abbondanza del pasto e l’eccellente qualità del cibo, ad un costo decisamente congruo pur se ci trovavamo in Svizzera, ci rimetteva prontamente in sesto. D’ora in poi ci s’inoltrava nuovamente sul massiccio del Monte Bianco, dopo aver percorso per circa tre km il tracciato dell’UTMB, imbattendoci nei concorrenti della CCC, sino in prossimità di Praz de Fort. Mentre gli atleti della CCC proseguivano dritto e salivano su dei bei sentieri a Champex Lac, noi viravamo a sinistra, su per il Bianco per la cresta di Saleina. Intanto notavamo che delle squadre molte si erano frammentate: alcune procedevano con due elementi, altri elementi si fondevano con altri e a noi questa pratica non piaceva affatto. Il rispetto delle regole doveva essere la base fondamentale della prova, e noi ribadivamo il concetto che la formazione doveva essere indissolubile, pena il ritiro di tutta la squadra. Ma gli organizzatori non se la erano sentita di penalizzare gli altri e, forse per pietà, acconsentivano anche tale pratica. Quando ci si incontrava si fraternizzava, eravamo una gran bella famiglia. Il GPS di Marco riprendeva la traccia, e mostrava subito un errore: avevamo preso la riva sinistra del tumultuoso fiume glaciale che discende dal ghiacciaio di Saleina invece quella di destra. Eravamo saliti un bel pezzo e non avevamo voglia di ridiscendere. Quindi guadavamo il fiume, non senza difficoltà, per raggiungere la riva opposta, e ritrovavamo il sentiero giusto al tramonto di venerdì 28 agosto. Si saliva per la seconda volta sul massiccio del Bianco in direzione della Cabane d’Orny (m.2691) sino al grandioso ghiacciaio d’Orny, che non riusciremo a vedere perché raggiunto al buio, e provavamo una sorta di soggezione. Le tenebre ci avvolgevano, poi anche una fitta nebbia. Le pietre, alcune bianchissime, altre addirittura rifrangenti levigate dall’azione del ghiaccio, rendevano l’atmosfera surreale, il fascio di luce delle nostre lampade frontali faceva muro tra la coltre nuvolosa. Si saliva senza sosta, la nebbia salendo di quota si dissolveva e spuntavano le aiguilles, aguzze come pugnali, che sono una delle principali caratteristiche del Monte Bianco. Un tenue bagliore ad est tracciava quella eccitante visione poi una luce, sempre più forte, fino a quando spuntava la luna che ci accompagnava sino alla deviazione per la Cabane d’Orny. 12. La temperatura non era proibitiva a quell’altitudine, io indossavo solo i manicotti, ma andava tutto bene quando si era in movimento, mentre quando ci si arrestava, con la stanchezza, che per la verità non sentivamo, iniziavamo a battere i denti. Ci attardavamo per scattare delle foto a comprova del nostro passaggio e si continuava per il Col de la Breya (m.2401) per scendere poi a Champex Lac (m.1444). Si percorreva un lunghissimo traverso attrezzato anche con corde, su uno stretto sentiero strapiombante. Scendendo di quota rientravamo di nuovo dentro la fitta nebbia, Marco procedeva avanti a tutti con il mano il GPS cui non staccava mai gli occhi di dosso, e ci guidava con la traccia giusta. Tarcisio una ventina di metri avanti a me teneva alto il morale da autentico condottiero. Mi domandavo come faceva ad avanzare tra la nebbia, con gli occhiali da vista che si appannavano. Provavo grandissima ammirazione per i miei amici che andavano avanti con un coraggio e una determinazione da travalicare la soglia umana. Io avevo superato la barriera del dolore ai piedi per le vesciche che peggioravano. Eravamo un’unica entità ancora fortemente motivata e affratellata, quando attraversando una stretta cengia Tarcisio precipitava nel vuoto, ma con uno scatto felino riusciva ad aggrapparsi ad una zolla erbosa che miracolosamente lo tratteneva. Ma, secondo me, in quel pauroso attimo, c’è stato molto di più di una sfacciata fortuna, lo aveva trattenuto un abbraccio santo, la giusta ricompensa per un uomo stimatissimo da tutti che opera nel sociale con uno slancio di ineguagliabile umanità. Assistevo alla scena impietrito, impotente, si era sfiorata la tragedia. Tarcisio era salvo! Riuscivamo a renderci conto del miracolo, e tale si era trattato, avanti a una croce dove c’era anche una statua della Madonna stilizzata. Tutti e tre ci abbracciavamo e recitavamo commossi preghiere di ringraziamento. Dopo quello spavento, decidevamo di avanzare con la massima cautela fino a Champex Lac, allo chalet Bon Abrì, anche perchè il cammino presentava tante asperità: la traccia GPS che spariva, una delicatissima discesa dal terminal della seggiovia, sino a valle per un sentiero stretto, fangoso e cosparso di radici. Marco però doveva sostenere comunque una cadenza elevata altrimenti la traccia del fondamentale GPS svaniva. Io mi dannavo con il tormento ai piedi, perché mentre in salita procedevo senza problemi, i guai cominciavano quando dovevo cambiare assetto di marcia in pianura e in discesa: ogni passo era una sorta di stilettata. Anche con quella tortura, la mia determinazione, come quella degli altri, non scemava mai. L’obiettivo di raggiungere Vallorcine (F) era saltato. Il conto lo presenta sempre la montagna. Sabato alle ore 3,30 di notte di sabato 29 agosto 2009, giungevamo salvi allo chalet Bon Abri di Champex Lac che si trova proprio lungo il percorso dell’UTMB per il cammino che porta al Bovine. Quello della PTL però era ben diverso. Si doveva arrivare alla spettacolare Fenetre d’Arpette (m.2665). Prima però mangiavamo e ci concedevamo un’oretta di riposo all’interno del tendone allestito dall’organizzazione all’esterno dell’albergo. Cercavo il Robert dell’organizzazione per sistemare controllare il GPS. Egli confermava che l’apparato era difettoso e non c’era la possibilità di sostituirlo. In quella struttura venivamo trattati come appestati. Si entrava in un’anticamera e, dopo aver depositati gli zaini e calzato delle pantofole che andavano bene per un piede di Cenerentola, potevamo aver accesso a una sala dove potevi mangiare ed acquistare del cibo. Nell’ora di pausa, distesi sulle brandine e avvolti da calde coperte, si faceva fatica a prendere sonno, con tutte le endorfine che avevamo in circolazione. Tant’è che alle 6 eravamo di nuovo operativi per affrontare i più di mille metri di dislivello positivo per arrivare alla Fenetre d’Arpette (m.2665). Ed è proprio una “finestra” il valico svizzero, ma che superlativo panorama che si godeva lassù. Le nuvole si diradavano e davanti a noi si presentava uno dei punti più esaltanti del massiccio del Monte Bianco, ovvero il plateau di Trient con rispettivo ghiacciaio. La discesa per il vallone di Trient è pericolosa e lunghissima sino ai m. 1583, dove è situata la deviazione per il sentiero che porta al Col de Balme, confine franco-svizzero (m. 2204). Iniziava a soffiare un vento da nord che spazzava via tutte le nuvole, ed il paesaggio salendo per il Col de Balme si faceva immane. Suggestiva è l’imponente falesia che porta alla Cabanne des Grands (CH) (m.2113). Lì ci sfamavamo con una minestra, serviti dai gestori della baita, di una rara cordialità. Nel frattempo che Marco e Tarcisio sistemavano i loro zaini, mi sdraiavo a terra al sole e schiacciavo l’ennesimo microsonno. Il tracciato per arrivare al Col de Balme è corribile e ricoperto di un’immensità di piante di mirtilli neri, ma non potevo perdere tempo per gustarmi quei prelibati frutti. Marco e Tarcisio mi spronavano per aumentare l’andatura e, non so come, anche con i piedi in quelle condizioni e con lo zaino pesante riuscivo a correre. 13. Il vento al colle soffiava forte, il paesaggio era sconvolgente: l’Aiguille Verte e il Bianco svettavano solennemente, ed erano di un candido accecante. Aggrottavo le ciglia per godermi quella superlativa visione, avendo smarrito gli occhiali. Sotto ci aspettava Vallorcine (F) (m.1263) e per un tratto ci si ricollegava all’agevole tragitto dell’UTMB. Me lo ricordavo bene. Marco come una furia era arrivato sotto Vallorcine e incitava me e Tarcisio, che non mi lasciava un attimo. Avevamo smarrito di nuovo il tracciato. Risalivamo di nuovo su per un breve tratto, su ripidissimo sentiero. Da lontano sentivamo le grida di incitazione di Marco. Alle 16,30 di sabato 29 agosto 2009 con un folle sprint entravamo in una Vallorcine in festa. Alle ore 18,00 era prevista la chiusura del cancello. Avevamo a disposizione 24 ore per arrivare a Chamonix, un ampio margine di tempo. Avevamo percorso circa 194 km e mancavano solo 46 km alla fine. Però mi rendevo conto che, con la mia andatura zoppicante dal dolore, penalizzavo oltremodo i componenti della squadra. Chiedevo loro di procedere senza di me, insistendo molto in merito. Ma loro erano irritati dalla mia proposta e mi rispondevano fraternamente che eravamo un’unica entità e che mai si sarebbero azzardati a fare una cosa simile, ed il gesto mi aveva riempito il cuore di gioia dandomi una carica sempre maggiore. La stessa domanda poi me la ponevano loro: “Se la faccenda era invertita, tu ci avresti abbandonato?”. Non avrei mai fatto una cosa simile: per l’onore, il rispetto dei patti e l’aiuto alle persone in difficoltà, rinuncerei a qualsiasi impresa. Tarcisio e Marco mi chiedevano se volevo continuare. La risposta era scontata con un secco sì. Avanzare era l’imperativo d’obbligo ora che mancava poco. Tiravo fuori una forza di sopportazione che mai mi sarei aspettato di possedere. Da Vallorcine , dopo aver abbondantemente pasteggiato all’interno del tendone dell’UTMB, si riprendeva il cammino, per salire verso lo Chalet de la Loriaz (m.2020). Tarcisio e Marco avanzano come saette, io in salita non ero da meno ed adottavo una strategia: con i miei bastoni mozzi, spostavo il baricentro in avanti in modo che il peso venisse scaricato sulle braccia; la mia faccia nei tratti più ripidi arrivava a circa quaranta centimetri dal suolo. Dopo quattro giorni, quando tutti i disagi avrebbero esacerbato anche la più mite delle persone, tra di noi regnava una forte coesione e fratellanza, e questo è stato il più bel dono. La mia ammirazione per quei due straordinari atleti che esercitano un forte ascendente, al vederli avanzare con grande energia, era sconfinata, e con orgoglio potevo vantarmi con le persone di varia nazionalità che incontravamo, che è grazie a persone come loro che l’Italia è diventata grande nel mondo. Insaziabili lavoratori, di straordinaria resistenza fisica e di sanissimi principi. Tarcisio allo Chalet de la Loriaz mi ammoniva: “Da medico ti ordino di fermarti, con quei piedi infettati!”. Ma quando mi ci metto sono testardo e facevo orecchie da mercante. Si procedeva per il lago di Emosson, un sbarramento artificiale ubicato in territorio elvetico che fornisce l’energia elettrica per le Ferrovie federali svizzere. Arrivare alla diga non è stato affatto semplice. Il cammino è dissestato, attrezzato con corde in pareti strapiombanti, e ci arrivavamo al tramonto, ammirando quella grandiosa opera dell’ingegno umano, mentre facevamo rifornimento d’acqua in un ruscello. Le stesse difficoltà tecniche le troveremo poi per arrivare al Lago vecchio d’Emosson (CH) (m. 2206). In mezzo a un profondo canyon dominato dall’Alto dal Rifugio del lago, non c’era verso di trovare l’itinerario. Tuttavia i gestori del rifugio, due belle ragazze, a gran voce ci indirizzavano su di un aspro sentiero che saliva nella giusta direzione. Anche se era di notte, il luogo, illuminato dalle stelle, è di una bellezza unica. La diga ed il rifugio sono così curati da apparire finti. Per gli appassionati di palentologia, da lì si ha accesso alla vallata dove si possono ammirare dei fossili di dinosauri. Attraversavamo la riva destra del lago vecchio d’Emosson per una pietraia. Il GPS di Marco, per fortuna, confermava che quello era l’itinerario esatto per salire al Mont Buet (F) (m. 3082) dal passo de Le Cheval Blanc (CH) (m. 2830). 14. Dopo aver costeggiato tutto il lago, il sentiero s’impennava bruscamente. Giungeva una nuova telefonata. Era l’organizzazione che voleva sapere la nostra posizione e conoscere il nostro stato fisico. Rispondevo che tutto procedeva per il meglio, e la nottata che si presentava era magnifica. A testa bassa con il volto che sfiorava l’erta, come delle furie salivamo con potente cadenza in alto. Il sentiero era costituito da sfasciumi, in quel momento venivo attanagliato da una forte crisi di sonno e procedevo all’insù ad occhi chiusi in stato di trance. Dalle ore 22,00 di martedì 25 agosto sino a quel momento attorno alla mezzanotte di sabato 29 agosto non avevamo fatto più di cinque ore di sonno in quattro giorni! Ed ora si presentava un conto salato. Avevo urgente necessità di dormire al Cheval Blanc (km 216 m. 2830), raggiunto con un tempo record, prima delle nostre più rosee previsioni. Erano le due di una notte fredda. Bisognava salire al Buet (m.3096) e la traccia sul GPS di Marco era sparita per una pecca dell’organizzazione. Marco e Tarcisio si disperavano alla ricerca del sentiero. Io dietro ero in profonda crisi, avevo sonno, fame sete, le mie vesciche ai piedi erano tralignate in stimmate infettate. In discesa mi sdraiavo a terra e procedevo in posizione supina aiutandomi con le braccia. Arrivato nei pressi di un ruscello fiondavo la testa in acqua ed iniziavo a bere avidamente. Chiamavo Marco e Tarcisio: “Datemi per favore da mangiare, un carbongel, un panino, devo recuperare forze, ho solo bisogno di dormire”. Non potendo sorreggermi in discesa a causa del dolore lancinante ai piedi, le mie forze mano a mano si affievolivano. La situazione stava diventando drammatica. Mi sembrava di vivere quell’esperienza dall’esterno, avevo le allucinazioni, a terra vedevo scritte, volti, tuttavia ero lucido, cercavo la quarta persona che ero io. Chiamavo i miei figli. Malgrado tutto, i miei nervi erano sorprendentemente saldi, non avevo un minimo accenno di panico. Tarcisio e Marco, che pure loro erano provati ma avevano energie da vendere, mi spronavano e tiravano per le mani e, allora, è stato l’unico momento di attrito tra di noi. Con le ultime forze che mi erano rimaste gridavo a gran voce: “Non perdiamo energie inutilmente a cercare la traccia giusta di notte, approfittiamo per dormire e aspettiamo l’alba dato che è prestissimo; non sono un esperto di montagna, ma è una regola principale che non si gira di notte alla cieca in alta montagna, si può rischiare di morire da fessi e non ho alcuna intenzione di soccombere!”. Non facevo in tempo a terminare la frase che Tarcisio scivolava senza alcuna conseguenza, e con grande umiltà mi dava ragione. Dopo pochi istanti cadevo riverso sul pendio sassoso addormentato. Questa è la versione di Tarcisio e Marco. Tarcisio, da medico, mi monitorava, non rispondevo più ai richiami, le mie pulsazioni diminuivano paurosamente. Questo per circa 15 interminabili minuti. In fretta e in furia montavano la tenda da bivacco, nell’atto in cui mi stavano per inserire dentro la tenda riprendevo conoscenza: mi sentivo bene, mi avvolgevano con le coperte di sopravvivenza, per tutta la nottata Tarcisio e Marco mi assistevano valorosamente. Tarcisio mi aveva abbracciato per tutta la notte, mi parlava in continuazione per monitorare il mio stato di ipotermia, tenendomi alla larga da quel sonno che sarebbe stato fatale. Sul mio corpo scendeva ora un benefico tepore e le forze erano ritornate. Marco, invece era sempre fuori dalla tenda, faceva sino all’alba un lavoro immane, la spola tra la tenda ed il colle ed avvertiva i soccorsi, comunicando con esattezza le coordinate geografiche. Di ciò non mi avevano avvisato, altrimenti anche con quei piedi avrei continuato sino allo stremo. Sicchè, non potevo più rifiutare il soccorso, perché avrei messo a dura prova i nervi dei miei amici e sarei risultato un pazzo. Eravamo a soli 20 km da Chamonix. Una coppia di escursionisti svizzeri all’alba, ci assisteva. Tarcisio spiegava loro cosa era successo e che eravamo in attesa della mia evacuazione in elicottero. Il congedo con quella umanissima coppia è stato un altro attimo toccante, per come avevano insistito per fornirci assistenza. Il canalone, situato al confine franco svizzero, dove era stata piazzata la tenda era malagevole. A circa un paio di metri scorreva un ruscello che gorgheggiava con un rumore a tratti sordo che evocava il rumore in lontananza dell’elicottero. Era come un supplizio di Tantalo. Tarcisio con me dentro la tenda non mi lasciava un attimo e medicava paternamente i miei piedi. Marco era su al colle che aspettava con ansia il velivolo in compagnia di alcuni stambecchi incuriositi. Sul contrafforte passavano i pali della linea elettrica di alta tensione. Non c’era lo spazio per un atterraggio. Mi rinfrancava il fatto che erano le sette del mattino e, dopo la ia evacuazione, Tarcisio e Marco potevano arrivare al traguardo di Chamonix agevolmente. Ma il diavolo ci metteva lo zampino. Arrivava l’elicottero che volteggiava sopra la tenda, sballottata dallo spostamento d’aria. L’equipaggio attendeva il nostro segnale di aiuto che non giungeva perché la chiusura della tenda si era inceppata e non riuscivamo ad aprirla. Maledizione, l’elicottero si allontanava così come la possibilità di Marco e Tarcisio di terminare la PTL. 15. Alle ore 11,00 successive di domenica 30 agosto, finalmente, dopo varie chiamate di Marco, arrivava il soccorso della Gendarmeria francese. Avevamo saputo poi che il secondo tentativo di soccorso era andato a vuoto perché il velivolo aveva scarsità di carburante. Temevo per quei cavi dell’alta tensione così vicini. Ma i cugini d’oltralpe si dimostravano professionali. Il velivolo volteggiava e scrollava la tenda, venivano calati due gendarmi che, dopo avermi fatto indossare un’imbracatura integrale, agganciato ad un verricello mi issavano velocemente, ed il Monte Bianco usciva allo scoperto prepotentemente. Dopo aver penzolato nel vuoto ad un’altezza considerevole, ero tirato a bordo. E la mia avventura della PTL è finita così, con un lieto fine. A Chamonix girava voce fosse finita tragicamente… Il breve volo terminava, con grandi pacche sulle spalle di ringraziamento ai soccorritori, al centro delle guide di Chamonix. Nell’attesa dell’ambulanza, seduto sulla carrozzella a rotelle, gustavo le attrezzature alpinistiche affisse alla parete. Mi sarebbe molto piaciuto lavorare lì. Con l’ambulanza della Croce Rossa di St Gervais (F) venivo trasferito in barella al pronto soccorso dell’ospedale di Chamonix. Le meticolose cure ai piedi, da parte di una giovane dottoressa, si protraevano per un paio d’ore. I medici di Chamonix sono abituati a vedere cose del genere, se non di peggio. Conversavamo con il mio stentato francese, e lei non riusciva a credere ai fatti. Riverso sul lettino, rifiutavo gli antidolorifici quando armeggiava con il bisturi ed affondava sulle piaghe, perché l’anestetico era il sonno. Costo della prestazione sanitaria € 67,13 perché avevo tessera di assistenza sanitaria europea, altrimenti il conto sarebbe stato salato. Arrivavano a prelevarmi all’ospedale Nicoletta e Simonetta, rispettivamente le mogli di Marco e Tarcisio, che mi assistevano fraternamente. Vedevo i loro volti, distesi e rinfrancati dopo cinque giorni di apprensione per le nostre sorti. La giornata di domenica 30 agosto 2009 era radiosa. Le montagne sfolgoranti. Tutti i paesi della Valle dell’Arve erano in festa. Tarcisio e Marco avevano percorso a ritroso il cammino sino al lago d’Emosson in Svizzera dove ci aspettavano. E l’incontro è stato una grande festa, di profonda intensità emotiva, come tagliare il traguardo di Chamonix. La nostra più grande gratificazione è stata quando arrivati all’Argentière (F), facevamo sosta in un ristorante con una terrazza all’aperto per pranzare, colma di clienti, dove c’era anche un complessino che suonava motivi rock. Marco mi trasportava a bordo di una carriola in quanto avevo i piedi fasciati come una mummia. Non eravamo presentabili, dopo cinque giorni sulle nostre adorate montagne, con i volti emaciati e le barbe incolte. Ma alla nostra entrata, la musica veniva interrotta e tutte le persone presenti indistintamente si alzarono in piedi accogliendoci con uno scrosciante lungo applauso. Poi ovazioni, strette di mano, chi ci offriva da bere. Avevamo voglia di abbracciarli tutti per la spontaneità e l’affetto disinteressato. I figli di Tarcisio, Pietro e Matteo, rimanevano basiti per quell’accoglienza: è stata una grande lezione di civiltà. 16. Cosa rimane di questa appassionante avventura che poteva avere un tragico epilogo? Anche se mi sto leccando le ferite, per aver chiesto troppo al mio fisico, non ho alcun rimpianto, se non quello di non aver potuto partecipare alla mia Jungfrau Marathon che si è svolta in Svizzera sabato 5 settembre, disertata dopo 14 ininterrotte partecipazioni. Ma non potevo perché non avevo gambe nel senso letterale. Trascorrere quelle intense giornate attorno al Monte Bianco con Tarcisio e Marco per me è stato il più bel regalo che potessi ottenere ed è stata una grande scuola di vita. Sarò loro eternamente grato per avermi salvato la vita. In più ho imparato a discernere le persone che posso aspirare alla santità, come tutto il gruppo dei miei fantastici amici. Lo dico senza retorica e col cuore. Le ovvietà che si dicono quando ci si è avvicinati alla soglia del trapasso non voglio elencarle. Non ho avuto alcuna visione beatifica, né mi azzardo a chiederla, ma la serenità di chi si sentiva protetto da un abbraccio materno: quella sì. Credo che nella sofferenza il vero cristiano debba dare il meglio di sé, perciò consiglio a tutti di tenere sempre a mente la Massima di Seneca: “La virtù senza le avversità marcisce!”. Giovanni Baldini
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